L'INFORMATORE DI SICILIA - GIORNALE D'INFORMAZIONE INDIPENDENTE - FONDATO E DIRETTO DA IGNAZIO LA PERA - PER CONTATTARE LA  REDAZIONE SCRIVETE  A : info@informatoredisicilia.it  - SULL'INFORMATORE UNA PAGINA E' DEDICATA ALLE NOTIZIE DI ULTIMORA

NOTIZIE

ULTIMORA

NOTIZIE DA

©  REGIONE
©  CATANIA

 - Farmacie

 - Numeri utili

©  PALERMO

©  MESSINA
©  SIRACUSA
©  ACIREALE
©  LENTINI
©  CARLENTINI
©  FRANCOFONTE
©  FLORIDIA

RUBRICHE

Ain politica
©  SPORT
©  ANNUNCI
©  EVENTI
©  CONCORSI
©  SEGNALAZIONI
©  INTERNET
©  VOLONTARIATO
©  ZODIACO
©  RICETTE

Catania  - Teatro Stabile: cordoglio per scomparsa del presidente onorario Ignazio Marcoccio. Il Teatro Stabile è in lutto ed esprime vivissimo cordoglio per la scomparsa di Ignazio Marcoccio, per lunghi decenni legato in modo continuativo ed indissolubile al percorso istituzionale dell’ente, da lui seguito con vigile passione e tenacia d’azione. Affermano Pietrangelo Buttafuoco Presidente Teatro Stabile Catania e Giuseppe Di pasquale Direttore Teatro Stabile Catania:”Tante le battaglie, combattute e vinte, che lo hanno visto profondere per lo Stabile un impegno a 360 gradi, sul piano artistico, culturale, gestionale. Una dedizione costante e incondizionata: dapprima da sindaco, poi da vicepresidente e presidente, infine - e fino a ieri - da presidente onorario, il primo nella gerenza dello Stabile etneo, che gli aveva così conferito una carica affatto onorifica, continuandone a tenere nella massima considerazione pensiero e consiglio.  A quanti hanno a cuore la sorte di tutto il teatro, non solo dello Stabile etneo, la sua figura rimane e rimarrà quale lare protettore di una concezione etica dell’arte, per molti versi affine agli ideali di correttezza, lealtà, autonomia da condizionamenti, cui dovrebbe conformarsi l’attività sportiva che gli era altrettanto cara. Ignazio Marcoccio è stato davvero in questo un nume tutelare e combattivo, e non solo in senso metaforico, se si pensa alla virtuosa caparbietà con cui si è battuto per la battaglia delle battaglie: tenere lontana la politica dal teatro”.  Il commento a caldo del presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo alla notizia del decesso di Ignazio Marcoccio, già sindaco di Catania, dirigente del Coni, vice presidente del Teatro Stabile e presidente del Calcio Catania: "Con la morte di Ignazio Marcoccio se ne va un pezzo di storia della città di Catania. Ho conosciuto Marcoccio negli anni settanta e di lui custodirò per sempre il ricordo di un uomo d'altri tempi. Una persona amabile, cordiale, che ha speso la sua vita al servizio della città di Catania, da semplice cittadino, da amministratore lungimirante e da straordinario dirigente sportivo che insieme a Carmelo Di Bella ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del Calcio Catania, promuovendo allo stesso tempo la realizzazione di importanti impianti sportivi. Un gran signore che lascia un vuoto difficilmente colmabile".

Catania - Francesca Reggiani : “Tutto quello che le donne (non) dicono” "Comics". E’ l’appuntamento finale giovedì 31 marzo 2011, al Teatro Ambasciatori, alle ore 21.00 con la diciassettesima edizione della rassegna organizzata dall'associazione "Ecco Godot" con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania . Grande successo di pubblico e di critica si è registrato per la rassegna Comics, organizzata dall'Associazione Ecco Godot, con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania. Entusiasmante e positivo il bilancio del cartellone 2010-2011 che propone in chiusura l'attesa esibizione di  Francesca Reggiani    nel satirico, esilarante, umanissimo monologo “Tutto quello che le donne (non) dicono”. Data unica: giovedì 31 marzo, alle 21, al Teatro Ambasciatori, sala prescelta per le sue maggiori dimensioni rispetto al quella del Musco che ha ospitato i precedenti appuntamenti di Comics, distruibuiti invece in due serate.  A conclusione della carrellata che ha visto a Catania Gene Gnocchi, Nando Varriale, Max Pisu, Maurizio Lastrico, l’ultima a dominare la scena e intrattenere il pubblico sarà dunque "una donna che racconta le donne", con l’ironia e il sarcasmo tagliente e implacabile che la contraddistingue. Inconfondibile è infatti lo stile di  Francesca Reggiani, unica attrice presente in kermesse con uno show che non lascia scampo, con le sue battute fulminee e brucianti, i suoi ritratti feroci e veritieri, le riflessioni acute e scomode, con quello sguardo ironico e divertente sulla nostra disastrata attualità che solo la sensibilità di una donna sa cogliere. Il testo, scritto dalla stessa Reggiani insieme a Valter Lupo e Gianluca Giugliarelli, per la regia di Valter Lupo, chiama in raccolta una serie di riflessioni che spaziano dall’attualità più immediata - portando sul palco personaggi come il Ministro Gelmini, lo psichiatra Vittorino Andreoli o Sofia Loren - fino alle manie sentimentali delle donne costantemente ossessionate dall’amore e dalla vita di coppia, con quella capacità tutta femminile di saltare con incredibile rapidità dalle problematiche più pratiche ai classici voli pindarici amorosi. Ed è proprio la visione femminile, che rende questo spettacolo diverso, nel suo genere comico. “Di solito la formula del one man show è un genere prettamente maschile – spiega l’attrice – ho voluto confrontarmi con il pubblico direttamente, senza intermediazioni per dimostrare che una donna può sostenere brillantemente il palco”.Del resto l’artista, formatasi alla scuola comica del famoso “Laboratorio” di Gigi Proietti, e poi venuta alla ribalta del grande pubblico con programmi divenuti cult, come “La tv delle ragazze”, “Avanzi”, “Tunnel”, è un vero animale da palcoscenico che domina la scena con la disinvoltura e il garbo sottile che può appartenere solo a un’attrice comica.

CataniaIn scena verità ed onore della “brocca rotta”. Si apre il sipario e all’improvviso i personaggi di un inanimato quadro di Pieter Bruegel prendono vita nel borgo olandese. Si sono presentati così gli attori della “Brocca rotta “(Der zerbrochene Krug,)  di Heinrich von Kleist  spettacolo rappresentato al teatro Angelo Musco di Catania. Contadini, donne, servette e uomini di giustizia , hanno animato il palcoscenico del teatro come nel celebre quadro del pittore fiammingo“ La danse de la mariée en plain air” in una scena ricca di contrasti e colori, grazie a  Riccardo Perricone e Dora Argento i quali hanno , uno allestito  la scenografia e l’altra disegnato i costumi. La storia mossa da una velata ironia socratica ora comica ,ora grottesca, si muove sullo sfondo di un borgo olandese, per smascherare  la figura di un giudice che da indagatore risulterà essere l’indagato ed infine  il colpevole. Il regista Nino Mangano ambienta il testo all’aperto in uno spazio adiacente  l’abitazione  del giudice Adamo (Mimmo Mignemi), nel villaggio olandese di Hiusum ,che nell’agitazione per la notizia dell’imminente arrivo del consigliere del tribunale per un’ispezione,  scopre di aver perso  la sua parrucca , simbolo  e  strumento per impartire in modo imparziale la giustizia, la quale come recita la famosa frase dovrebbe essere uguale per tutti. Così alla presenza del consigliere (Angelo Tosto), una sorta di gigante buono, alto  con una giacca nera da allampanato, indefesso paladino della verità e del giudice Adamo, il quale  si mostra al contrario  propenso a concludere il caso in tutta fretta, si inizia l’istruttoria del giorno , ovvero quello della  signora Marta (Raniela Ragonese). Questa  accusa  Roberto(Giampaolo Romania)  fidanzato della figlia, Eva (Egle Doria), di essersi introdotto la notte precedente in casa sua e di aver rotto una preziosa brocca che si trovava nella sua stanza  . Roberto  si difende sostenendo di aver trovato un altro uomo nella stanza di Eva, il quale avrebbe rotto lui la brocca(eufemismo usato nella storia per intendere la perduta verginità della figlia), ovvero un orcio fiammingo di  pregevole valore,  dandosi poi alla fuga. Il giudice Adamo è a disagio e al consigliere appare chiaro come questi stia cercando di risolvere in fretta la questione, quasi per togliersi dagli impicci. Eva, che potrebbe porre fine alla questione, si rifiuta di rivelare il nome del suo "visitatore". Ma l’improvvisa testimonianza di una vicina di casa Brigida (Margherita Mignemi) mette fine alle discussioni. Lei ha trovato vicino alla finestra di Eva proprio la parrucca del giudice. Ad Eva non resta altro che accusare il giudice Adamo e raccontare finalmente come si sono svolti veramente i fatti. Questa volta al contrario della biblica Eva, l’Eva di von Klein  non ha  indotto in tentazione il vecchio Adamo  con una mela , ma  è Adamo che attenta  l’onore di Eva con la promessa dell’esonero dal servizio militare  di Roberto, il fidanzato. Conseguenza, Adamo , a differenza del suo antesignano predecessore non verrà  cacciato  dal Paradiso , ma è lui stesso che fuggirà dal paese quello ,che per il suo modus vivendi licenzioso, era stato il suo di  Paradiso. Il racconto è la metafora di una giustizia torbida e troppo spesso male amministrata, dove chi dovrebbe giudicare diviene l’ accusato. Rappresentata da Goethe a Weimar nel 1808, La brocca rotta è una commedia ispirata   ad un'incisione intitolata Le juge, ou la cruche cassèe  che von Klein aveva visto  a casa di un suo amico Heinrich Zschokke . Assieme  d alcuni suoi amici presenti,  quasi per scommessa, aveva tentato di costruirne una storia che  poi divenne l’opera teatrale rappresentata nel 1806. Il testo conferma la tendenza "metafisica" delle opere del drammaturgo tedesco che trasforma la comicità in caricatura grottesca attraverso l’ aggiunta di una lettura simbolica e filosofica. Il risultato è una complessa commedia, tessuta attraverso  piani diversi  che si intrecciano, coniugando divertimento, ironia e riflessione sulla natura dell’uomo e sulle sue debolezze. Heinrich von Kleist   ambienta l’opera teatrale nelle Fiandre, ma attraverso  l ‘escamotage del romanzo storico , vuole parlare della Germania del suo tempo. L'ambientazione rurale  dei personaggi apparentemente imprigionati nei costumi, negli usi e nelle  convenzioni di quell'ambiente,con la loro ignoranza e con  la loro furbizia sono la veste di un mondo ben diverso da quello che viene evocato. Il loro mondo in realtà è quello di Kleist: la Prussia (e la Germania) a cavallo tra Settecento e Ottocento, la crisi culturale in cui si snervano le menti più alte e sensibili del tempo, l'avanzata inarrestabile di una classe borghese che continuamente deve fare i conti con l'arretratezza politico istituzionale del paese, la crisi dell'illuminismo.  Non si tratta quindi solo di una commedia realistica su un giudice corrotto in un villaggio delle Fiandre, ma di un capriccio filosofico che, complice la lingua, mette a nudo con estrema crudeltà i meccanismi di false verità in cui un mondo, quello di von Kleist,  si crogiola e si muove senza saperlo. E’ una commedia sul bisogno di verità e sull'ineludibile impossibilità di conoscerla; sulla consapevolezza dell'assenza di giustizia e sull'ostinazione a volerla ottenere. Questa brocca assume però un valore metaforico, un doppio senso fortissimo che va di pari passo con la perdita della reputazione e della verginità , da parte di una giovane fanciulla che ha ricevuto nella sua camera un misterioso visitatore e con la decorazione della brocca ormai deturpata dalla caduta. La brocca che è andata rotta era decorata proprio con la consegna delle Fiandre a Filippo II. Un evento fondamentale per quel Paese e proprio lì dove era raffigurato il re mentre  riceveva la corona, si è creato  un vuoto diminuendo  il valore del prezioso oggetto. Le Fiandre tra tutti i territori di Filippo II, costituivano il cuore produttivo per eccellenza. Erano ricche di manifatture per la lavorazione della lana e della tela, nonché di cantieri navali. Ad Anversa venne fondata  la prima Borsa europea e da qui passavano gli enormi capitali del traffico delle spezie. Felice è l’intuizione del regista nell’impostare la  recitazione secondo  la prossemica  gestuale della gente del sud e il vernacolo nella tipica cantilena  dialettale , tanto è vero che in alcune scene del processo sembrava di essere in “Civitoti in pretura “ di Nino Martoglio.  Chi è il giudice Adamo? E’ un  giudice libertino poco incline a somministrare la giustizia, della quale ha un concetto tutto suo , che istruisce il processo con  una vistosa ferita sulla testa, la quale  svela al pubblico divertito il satiro , sotto le mentite spoglie del giudice. E’ lui che ha rotto la brocca attentando all'onore della ragazza come “compenso” in natura per il favore fatto. Il tema della giustizia fu una delle (tante) ossessioni di Heinrich von Kleist, morto suicida nel 1811, a soli 34 anni. Basta pensare al protagonista di un suo racconto, il mercante di cavalli Michele Kohlhaas che, frustrato nel suo maniacale desiderio di risarcimento, invoca senza esito “…Ci sarà pure un giudice a Berlino!” . L’interpretazione di Mimmo Mignemi del giudice corrotto e vile, a tratti malizioso e a tratti falsamente ingenuo, emoziona e travolge  il pubblico il quale anche se ridendo prova simpatia per il furbo personaggio e riflette sulle debolezze umane. Altra protagonista  dello spettacolo è Marta la madre , che attribuisce al suo personaggio una straordinaria volontà e fermezza, la quale una volta viste crollate le sue certezze, non desiste dal  continuare la sua ricerca di giustizia per l’unica cosa che le è chiara: la rottura della brocca. Oriana Oliveri

Palermo - Enzo Zappulla commissario Teatro Bellini. La giunta di governo della Regione siciliana riunita sotto la Presidenza di Raffaele Lombardo, ha nominato l'avvocato Enzo Zappulla nuovo commissario straordinario del Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania. Sostituisce il prefetto Anna Maria Cancellieri che è anche commissario al Comune di Bologna.  Al Prefetto Cancellieri la giunta ha espresso ringraziamenti per il lavoro svolto auspicando che la Sicilia possa ancora avvalersi della sua competenza dopo che avra' completato il mandato a Bologna.

©METER Don  Di Noto onorario a Firenze


NOTIZIE ULTIMORA 24 ORE SU 24


 CATANIA Teatro

Stabile: Nave Spose approda a Doppia Scena


 

Catania Stabile: Nave Spose approda a Doppia Scena, viaggio dentro anima Donna Racconto emblematico di un inestinguibile processo di emancipazione. Questo vuole essere la novità teatrale La Nave delle Spose, che prende le mosse dalla vicenda storica delle (mal)maritate per procura, destinazione oltreoceano. Le tematiche dello spettacolo sono al centro dell’ appuntamento di Doppia scena, il fortunato ciclo di incontri nato dalla sinergia tra il Teatro Stabile di Catania e la Feltrinelli. Lunedì 12 marzo alle ore 18, nel megastore di via Etnea, il pubblico incontra un magnifico sestetto: le coautrici Lucia Sardo (che è anche protagonista) ed Elvira Fusto, il coprotagonista Miko Magistro, la stilista e costumista Marella Ferrera ed il compositore Mario Incudine, capitanati dal nocchiero Giuseppe Dipasquale, direttore del TSC e altresì regista dell’allestimento, che vanta ancora le coreografie di Donatella Capraro, le luci di Franco Buzzanca e un cast di altissima qualità. La pièce evidenzia nodi secolari ed urgenti, come sottolinea Dipasquale: “Una deportazione di donne, a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta, dalla Sicilia all’America in una nave della speranza, così come avviene oggi per gli immigrati (soprattutto clandestini) dei paesi del Sud del mondo, costituisce un vulnus che la nostra cultura, il nostro senso della democrazia non ha ancora saputo risolvere nel profondo: né attraverso la legislazione, né, cosa più grave, attraverso i comportamenti. Lo spettacolo agisce in una forma nuova di raccontare, attraverso le parole di Lucia Sardo ed Elvira Fusto, fortemente con la musica di Mario Incudine come con i costumi di Marella Ferrera, e disperatamente con i movimenti di Donatella Capraro. A loro ho chiesto di condividere questa idea: entrare nelle pieghe di una speranza collettiva della donna che ad ogni nuova occasione sa ripartire per alimentare una nuova speranza di emancipazione. Tale sforzo responsabilizza soprattutto, ma non solo, noi uomini e ci consegna giornalmente la domanda se ad oggi abbiamo corrisposto o meno a questa necessaria speranza”. La produzione dello Stabile è dunque in piena armonia col cartellone 2011-2012, dedicato all’universo femminile e significativamente intitolato “Donne. L’altra metà del cielo”. La programmazione, che ha debuttato con vivo successo l'8 marzo, festa della donna, al Verga, si protrae fino al 30 marzo. La narrazione percorre la parabola umana di otto donne. Rosa è la sposa bambina: quando riceve dal promesso sposo l’abito per maritarsi non ha ancora il ciclo mestruale, Maria è sordomuta, scelta proprio per la dote del silenzio. Iolanda fugge dalla violenza subita da torve figure maschili. Santina è una barbona pazza, Gina una trovatella che alla monacazione ha preferito il matrimonio, Emma la prostituta malata di tbc alla ricerca di un’ultima chance. Giulia, colta figlia di un astronomo, non aspira alle nozze ma a conoscenza e avventura. Il loro viaggio è accompagnato da una divinità protettrice della nave, La Maga delle Spezie, una sorta di Lare, che guida i passeggeri attraverso la riflessione spirituale. Evidenziano le autrici Lucia Sardo ed Elvira Fusto:”In questo viaggio  si compie e si consuma una metafora: è il percorso di trasformazione e speranza dell’anima femminile, proiettata al futuro per lasciare il passato, ma con la consapevole certezza di un salto nel buio. È questo che fa grandi quelle donne, moderne eroine che lottano per l’ennesima emancipazione”.

Catania –  Governante di Vitaliano Brancati a Teatro Stabile. Si tratta della nuova produzione in programmazione al Teatro Verga dal 13 gennaio al 3 febbraio 2012. La regia è di Maurizio Scaparro, scene e costumi Santuzza Calì. Le scene e costumi Santuzza Cal, musiche Pippo Russo, luci Franco Buzzanca con interpreti: Pippo Pattavina, Giovanna Di Rauso, Max Malatesta, Marcello Perracchio, Giovanni Guardiano, Valeria Contadino, Veronica Gentili, Chiara Seminara. E’ una nuova produzione Teatro Stabile di Catania per la regia di Maurizio Scaparro. Al Verga dal 13 gennaio al 3 febbraio. Era il 1952 quando La governante, interdetta alle scene dalla censura perché “contraria alla morale”, accese in Italia una querelle non solo letteraria e teatrale, ma civile e politica – nella quale è inevitabile cogliere nodi tuttora irrisolti, in termini di intolleranza, negazione della libertà di espressione, perbenismo e pruderie: mali cronici di una società che annega nell’ipocrisia e si dibatte in un insanabile conflitto tra morale e pregiudizio. In questa visione, il Teatro Stabile di Catania apre il 2012 con quello che è considerato il capolavoro teatrale di Vitaliano Brancati, rappresentato postumo nel 1965 e riproposto ora a sessant’anni dalla pubblicazione in un nuovo allestimento, in scena alla Sala Verga dal 13 gennaio al 3 febbraio. Virtù pubbliche e vizi privati innervano un’opera che, al di là dell’anniversario, s’inserisce perfettamente nel respiro del cartellone etneo, dedicato dal direttore Giuseppe Dipasquale all’universo femminile, e significativamente intitolato “Donne, l’altra metà del cielo”. La regia è affidata alla firma di Maurizio Scaparro, scene e costumi a quella pure prestigiosa di Santuzza Calì. Pippo Russo sigla le musiche, Franco Buzzanca le luci. Protagonisti di spicco Pippo Pattavina (alla sua terza edizione) e Giovanna Di Rauso (al debutto nel ruolo del titolo). Con loro agisce un cast di qualità che annovera Max Malatesta, Marcello Perracchio, Giovanni Guardiano, Valeria Contadino, Veronica Gentili, Chiara Seminara. “Il lato più sorprendente e attuale del testo – osserva il regista Maurizio Scaparro – è quello di una Sicilia e di un’Italia dei nostri padri e dei nostri nonni, dimenticato forse, certo sconosciuto ai più giovani, ma di cui è facile scoprire ancora oggi le tracce nella società e che Brancati sottolinea: dai tabù sessuali, al gallismo, ai falsi moralismi, alle divisioni forzatamente etniche, alle censure appunto, alle ipocrisie dei poteri “ufficiali” di tutti i tempi”. L’azione si svolge a Roma, in una ricca casa borghese da cui si può ammirare e su cui incombe la cupola di San Pietro. La governante francese Caterina Leher, charmante, colta e di fede calvinista, instaura un rapporto dialettico con il siciliano Leopoldo Platania, cattolico e severo capofamiglia, illuso di essersi integrato nella Capitale e invece incapace di accettare un’etica diversa da quella in cui è cresciuto. Entrambi, per ragioni diverse, si struggono dentro: la prima perché vive l’omosessualità come colpa segreta, l’altro perché è stato troppo intransigente nell’imporre la propria morale alla figlia, morta suicida, mentre il figlio Enrico incarna l’atavico gallismo siculo ai danni della fragile moglie Elena. A frequentare assiduamente casa Platania è Alessandro Bonivaglia, scrittore indolente ma lucido, che riassume il disprezzo per una situazione insostenibile: «Moralità? La moralità italiana consiste tutta nell'istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno tutto il giorno, e dicono». Il principale motivo del divieto a rappresentare La governante, caduto solo con la soppressione dell’attività censoria, è da riscontrare in quest’esplicita accusa, mentre la materia “scabrosa” è descritta in maniera elegante e allusiva.Pietra dello scandalo, ufficialmente, è tuttavia proprio il tema dell’omosessualità (per di più femminile), in quegli anni oggetto di riprovazione e ancora oggi non immune da discriminazioni. Assai più scomodo è in realtà il j’accuse che lo scrittore muove, s’è visto, proprio contro l’Ufficio Censura, retaggio del Ventennio, che la giovane pubblica democratica mantiene fino agli anni Sessanta, avallando de iure il più retrivo conformismo culturale. Brancati non ci sta e si oppone fieramente, come aveva fatto a suo tempo con i censori fascisti che avevano messo all’indice creazioni quali Singolare avventura di viaggio o Don Giovanni involontario. Ed è lo stesso autore a indicare la chiave di lettura per meglio comprendere una pièce fortemente polemica. «La sostanza della vicenda – avverte nella protesta affidata al veemente pamphlet Ritorno alla censura, scritto subito dopo il divieto di rappresentazione – è più la calunnia che l’amore fra due donne». In effetti la drammaturgia brancatiana adotta e sconvolge un topos duttile e collaudato, qual è appunto l’inganno calunnioso: si pensi, a mero titolo di esempio, a due titoli shakespeariani diversi nel genere ma affini nell’assunto, la commedia Molto rumore per nulla e il tragico Otello. Allo stesso modo la governante, attribuendo falsamente ad una servetta le proprie tendenze omoerotiche, innesta il pernicioso circolo di una calunnia perfida e nociva. Calunnia che diviene il reagente per mettere a nudo fatti e persone, fondamentalismi etnici e religiosi, ipocrisie e falsità, responsabilità individuali e collettive. E lo scrittore, com’è nelle sue corde, inscrive la sua acuta analisi nel procedere compulsivo di un’ossessione erotica, insieme reale e metaforica, che svela ed esaspera dilemmi e prospettive: un’impostazione coerente e ricorrente, da Don Giovanni in Sicilia a Il bell’Antonio a Paolo il caldo.

 
 

Catania - Stabile Catania: Galileo a scuola “ciò che non è stato detto”. Paolini in “ITIS GALILEO”.  Lo scrittore tedesco Bertolt Brecht,  nella prima metà del secolo scorso,  pubblicò nella raccolta Poesie e Canzoni versi dal titolo “Sia lode al dubbio”. Ciò che conquista in quelle righe è la   forza asseverativa della fondamentale libertà del dubbio: “…Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!/Quante vittime costò!/ Com’era difficile accorgersi/ che fosse così e non diverso! / Con un respiro di sollievo un giorno/ un uomo nel libro del sapere lo scrisse. / … Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze, / che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta. / E un altro giorno un uomo dal libro del sapere / gravemente cancella quella tesi…”. Ed è sulla considerazione de concetto di dubbio che Marco Paolini e Francesco Niccolini (coadiuvati per la consulenza storica da Giovanni De Martis e per quella scientifica da Stefano Gattei) hanno presentato al Teatro  Ambasciatori di Catania per Stabile della stessa città  lo spettacolo ITIS Galileo. Il titolo dai toni  un pò scanzonati, ci riporta alla memoria la sigla di un Istituto scolastico, ma in verità è uno stratagemma per avvertire lo spettatore che quanto seguirà sarà un excursus  sui generis. Nulla a che vedere con una lezione filosofico-scientifica su Galileo. Quello di Paolini è il Galileo delle nostre domande scolastiche, quelle che ci siamo poste sui banchi di scuola, sulla figura dello scienziato. È  la stessa  domanda che Antonello Venditti si rivolge quando in Compagno di scuola  si chiede “…al punto che adesso  non so se Dante sia stato un uomo libero o un servo di partito…”.  Paolini, istrionico, padrone della scena, nel suo monologo, presenta un Galileo moderno e  romantico.

 

Fiorentino, ma nato a Pisa, geniale, ma non laureato, insegnante precario di matematica all'Università, anche un pò antipatico ai suoi colleghi  e che arrotonda lo stipendio facendo oroscopi, e che “se la tira” specialmente dopo l'invenzione del cannocchiale. Ma Galileo è soprattutto lo  scienziato che rifiuta la morte eroico-classica abiurando, ma non rinuncia alle sue teorie. China il capo ai dogmi della Chiesa senza cambiare idea. Alla fine ci appare come un uomo libero dalla mente aperta, capace di riconoscere gli errori, suoi e non,e di aprire il suo intelletto sino alla vecchiaia al dubbio. La sua verità come dirà lo scienziato nell’opera Bertolt Brecht in Leben des Galilei  “Vita di Galileo”, “la verità è figlia del tempo e non dell’autorità”. Galileo è lo scienziato che con le sue rivoluzionarie intuizioni, rischia di mettere a repentaglio gli equilibri teologici e sociali del suo tempo. Per alcuni si piega alla ritrattazione per paura della tortura, per altri per mancanza di vocazione eroica, ma ciò che mette d’accordo tutti è che nell’abiurare Galileo ha intravisto per i suoi studi una maggiore utilità in quanto potrà tranquillamente (sic!)continuare le proprie ricerche. Un'opera, quella dell’attore bellunese, sulla responsabilità e sul destino della scienza che anche oggi sembra più che mai attuale. Come sarebbe cambiato il corso della storia, il corso della scienza, o meglio della Scienza, se Galileo  non avesse abiurato? Nel momento in cui Galileo smentisce le proprie idee per paura delle torture, Andrea, un suo allievo deluso esclama: “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, Galileo gli risponderà “Felice il paese, che non ha bisogno di eroi!”. Del resto l'8 febbraio del 1600 Giordano Bruno era stato costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo, e alzandosi rivolgendosi ai giudici, sentenzia la storica frase: “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” dal significato:”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.. Il lavoro di Marco Paolini su Galileo, padre della scienza moderna parte da questa considerazione: “Essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema, per gli altri soprattutto”. L’intelletto  dello scienziato si aprirà al dubbio fino alla fine, fino alla vecchiaia. E’ nel 2010 che Marco Paolini, insieme ad alcuni amici e collaboratori, ha iniziato a leggere e scambiato opinioni e domande su Galileo e Copernico, Keplero, Cartesio . “Da quei ragionamenti, da quelle letture, non è nato un racconto compiuto, ma una serie di spunti per cercare le domande giuste per interrogare il presente. Una fra tante come mai quattrocento anni dopo Galileo continuiamo tutti i giorni a scrutar le stelle come fossero fisse per fare l'oroscopo. Che cielo usiamo, quello di Copernico o quello di Tolomeo?”. L’attore continua:“Lavorare attorno alla figura di Galileo - afferma - è stato come tornare indietro sui banchi di scuola e provare a scoprire un pezzo di Storia a cui nessuno ti ha mai fatto appassionare. Il Seicento è il secolo nel quale si sono gettate le basi della modernità. Copernico, Keplero e Galileo hanno rovesciato il mondo. Cartesio ha rovesciato la concezione dell’uomo separando il pensiero dal mondo. Giordano Bruno e Tommaso Campanella hanno ripensato la distanza tra Dio e mondo”. Galileo prostrato dal tribunale dell’Inquisizione tiene in serbo i suoi studi, ma continua in segreto a scrutare il cielo. Ma sarà sul letto di morte che consegnerà  ad Andrea, suo allievo, I Discorsi, un manoscritto che raccoglie tutto il suo lavoro. Questi partirà alla volta dell’Olanda, paese dove potrà divulgare liberamente le scoperte del suo maestro, lontano dall’inquisizione della Chiesa. Lo spettacolo è imprevedibile così come era iniziato. Uno spettatore è chiamato sul palcoscenico ed invitato a leggere una pagina dall’opera Dialogo  sopra i due massimi sistemi. Il tutto si svolge con toni scherzosi viene redarguito il malcapitato per gli errori di lettura o per la non affidabilità della conoscenza dei termini latini, allo stesso modo, imprevedibile e sconvolgente è la fine dello spettacolo. Come nel film Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, Dr. Strangelove, film del 1964, diretto da Stanley Kubrick, nella memorabile scena quando per un'avaria il comandante a cavalcioni sulla bomba atomica, agitando il suo cappello da cowboy, viene lanciato sull’obiettivo, così Paolini chiude lo spettacolo, cavalcando una mina una sorta di pseudo modello galileiano, mentre riecheggia, in versione rock, la Quinta di Beethoven. “C'è qualcosa che lega Galileo alla bomba atomica"… conclude Paolini. In effetti c’è da pensare… E se Einstein avesse “abiurato” i suoi studi sulla relatività, sull’atomo, chissà come sarebbe cambiata quella mattina del 6 agosto 1945, quando la città inerme di Hiroshima fu scelta come bersaglio facile per sganciare l’atomica solo perché  il cielo, a differenza di altre città giapponesi, era limpido. Certo non è facile essere eroi, però la scienza non può eludere il suo fine  fondamentale: essere ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Renzo Piano il 22 novembre 2010 , a “Vieni via con me “ ha rilasciato una bellissima intervista sui diversi significati del verbo fare. Ma l’architetto non parla  solo del fare come costruire “aedificare” . Egli parla del fare come  coefficiente di valore della ricerca .Vi sono molte attinenze nelle parole di R. Piano con la ricerca del fare di Galileo. In Architettura come nella Scienza,in  Renzo Piano come in Galileo Galilei. Per Galileo aver ascoltato i suoi accusatori durante il processo del l’inquisizione  non è stato un atto di obbedienza, ne  tanto meno un  compromesso , ascoltare è  stato migliorare il suo progetto affinare la sua ricerca...  “E’ un verbo molto  importante fare. Fare, costruire - afferma il noto architetto- è la più antica scommessa dell’uomo , insieme allo scoprire, al navigare e al coltivare i campi. E’ un nobile mestiere quello dell’architetto, se fatto bene. Fare bene. Per fare bene bisogna capire e ascoltare . E’ un’arte complessa quella dell’ascolto. E’ difficile perché ,spesso le voci di quelli che hanno più cose da dire sono discrete e sottili. Ascoltare non è obbedire,ascoltare non è trovare  compromessi, ascoltare è cercare di capire e quindi  fare i progetti migliori. Fare per gli altri, si diceva una volta fare il bene comune. Bisogna sempre ricordare che fare architettura significa costruire edifici per la gente: università, musei, scuole, sale per  concerti. Sono tutti luoghi che diventano avamposti contro l’imbarbarimento. Sono luoghi per stare assieme, sono luoghi di cultura, di arte…e l’arte ha sempre acceso una piccola luce negli occhi di chi la frequenta!... Fare silenzio , cioè costruire emozioni. Talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare . Il silenzio è un po’ come il buio . Bisogna avere il coraggio di guardarlo.  E poi pian piano si cominciamo a vedere i profili delle cose …”. Oriana Oliveri

 

Catania “La Tempesta” di Umberto Orsini al Teatro Stabile di Catania.     Un infernale rumore  di moti marini,   luci che squarciano le quinte, lo  scroscio  assordante della  pioggia, un suono acuto ed ecco che il sipario si apre sulla scenografia. Sembra un gigantesco quadro di Mark Rothko. Il blu baltico polveroso delle  scene è tagliato in tutta la sua altezza, nello spazio centrale, da una caduta di velluto rosso, che lacera come una ferita la scena. Lì lo spazio temporale del prima e del dopo, vengono calibrati nella parafrasi del ricordo e della realtà. Al centro vi è un letto dove ricordare il passato e fuori , ai lati del drappo rosso, c’è la spiaggia appena accennata da scultoree zolle,  dove narrare l’immediato. E’ così che è apparsa “la Tempesta” al Teatro Stabile di Catania. Al  centro, Prospero, mago e duca di Milano,  interpretato magistralmente  da Umberto Orsini,  in  abiti  moderni. Un cappello ed un cappotto nero, un camiciotto  bianco, un bastone da passeggio(la bacchetta del mago) e la sua voce pastosa, tonante. Altrettanto  moderne  sono le vesti della figlia Miranda , di Ariel  lo spirito dell’aria(Rino Cassano)   e di Calibano  schiavo selvaggio e deforme( Rolando Rovello), che evidenziano  così la scelta del costumista Alessandro Ciammarughi di adottare le vesti moderne  per coloro che  aiuteranno Prospero ad attuare la sua vendetta. Ai lati distesi a terra, annichiliti dalla tempesta,  con  i costumi dell’epoca invece le vittime del duca-mago : Antonio fratello di Prospero e usurpatore del titolo, Alonso  re di Napoli, Ferdinando suo figlio, Sebastiano  fratello del re, Gonzalo onesto consigliere, Trinculo e Stefano uno il buffone, l’altro cantiniere ubriaco. Gli attori si muovono nello spazio scenico, intrecciando le grida del loro cercarsi con il racconto che  Prospero fa alla figlia sul letto (informando così il pubblico delle loro traversie), mentre Ariel scende giù dall’alto come un enorme crocifisso senza aureola, a braccia spalancate, in giacca e pantaloni neri, come il suo padrone. Ma il vero protagonista del “ La Tempesta” è Prospero. Per alcuni è  un colonizzatore un po’ despota, il quale  con la sua arte tiene sotto giogo  Ariel e Calibano ( I  critici letterari post-colonialisti del XX  furono molto interessati a questo aspetto della commedia, vedendo in Calibano un rappresentante dei nativi  sottomessi ed oppressi dall'imperialismo). La tempesta è una delle poche opere di Shakespeare  che non fa riferimento alle fonti, se non quelle storiche dell’Italia. Alcune immagini della commedia sembrano rifarsi ad  un rapporto di William Strachey  su un naufragio  di marinai diretti in Virginia  avvenuto nel 1609 presso le isole Bermuda. Shakespeare doveva essere a conoscenza  dell’episodio ,in quanto anche se pubblicato nel 1625 ,circolava già da prima in forma manoscritta . Questa commedia è l’unica opera di  Shakespeare in cui sono rispettate, pressappoco,  le unità di tempo. Questa si svolge come ci dice lo stesso autore, di pomeriggio dalle 2 alle 6 di sera. Questo non è che un modo per Shakespeare di costruirsi il teatro nel teatro, il metateatro, per coinvolgere lo spettatore nei giochi multilinguistici e polisemici degli attori. Il regista Andrea De Rosa, che adattando  l’opera,  ha scelto di far parlare Stefano, Trinculo e  il giovane Ferdinando in dialetto napoletano, coinvolge  lo spettatore  nell’azione scenica  e attualizzandola lo proietta nella realtà. Shakespeare enfatizza  il tema del metateatro  facendo  iniziare la trama  della commedia alle due del pomeriggio, ora in cui si tenevano a quel tempo   le rappresentazioni teatrali. È come se si volesse far assistere il pubblico alla vicenda in tempo reale. Ciò vale anche per la scelta  scenografica  e per i costumi.   Alessandro Ciammarughi  attua una sorta di  rottura della quarta parete. La teoria prende origine da  Bertolt Brecht, dove il teatro epico aveva il preciso compito di sottolineare la finzione teatrale. Furono le Avanguardie  Storiche come l’Espressionismo ad aprire la strada alla critica del teatro convenzionale con una più globale partecipazione dello spettatore, che diviene destinatario attivo, e non passivo, della rappresentazione. Questo produce l'effetto di ricordare agli spettatori che quello che stanno vedendo è finzione , e ciò ha  un effetto stridente, il cosiddetto effetto di alienazione (Verfremdungseffekt). Il  metateatro  si può riscontrare nel monologo finale quando per molti critici vi è   nell’allusione di Prospero  l’addio alle scene di Shakespeare, la rinuncia dell’attore di recitare nel teatro. L’opera contiene il compendio dei personaggi più rappresentati da Shakespeare nelle sue opere : gli innamorati,i nobili,  gli spiritelli , le ninfe, le dee, lo stesso  Prospero  diviene  la reincarnazione del principe Amleto che mette in scena la sua vendetta. Il  tema dell’usurpazione del  regno viene affrontato frequentemente nell’opera. Antonio ha usurpato il fratello, Calibano accusa Prospero di avergli usurpato l’isola, Sebastiano progetta di uccidere il fratello , il re di Napoli Alonso e di  prendere il suo posto, Stefano medita di rovesciare il regno di Prospero e divenire re dell’isola. Il poeta  e il regista, ben riuscendoci nell’adattamento, vogliono sottolineare  cosa contraddistingue Il Buon Governo o una monarchia virtuosa, presentando al pubblico le  varie possibilità. Interessante e coinvolgente è la  figura di Calibano . Essa  simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio… Prospero che inizia Calibano alla parola è lo stesso Shakespeare che trasforma in opera letteraria, ancor prima del linguaggio, l’ispirazione di questo mostro, il mostro che come  l’artista  con parole poetiche e suadenti incanta, persuade. Intervistato  Umberto Orsini, risponde che  Calibano, “ è  il diverso”.  Ma è anche il diverso alienato, il matto, l’indifeso che il regista fa muovere in scena toccandosi ripetutamente  le parti del  corpo . Dal punto di vista morale, il pensiero di Prospero è volto al perdono. La tempesta è una commedia a lieto fine. Egli stesso dice ad Ariel  “E perdonare fu sempre più nobile, se pur più raro, che trarre vendetta. Essi sono pentiti,  ed io non voglio spingere il castigo più in là d’un semplice aggrottar di ciglia.” (V, 1, 27-30). Ma  il perdono può arrivare  dopo il pentimento del colpevole,un pentimento al quale egli  giunge attraverso la sofferenza. Prospero impone al  fratello Antonio una pena fisica e morale, facendogli credere che il figlio di Alonso, Ferdinando, è morto e che la figlia Clarabella, per suo volere ha sposato un selvaggio; ed è  solamente quando è certo che il dolore ha innestato in lui il pentimento che  lo ha redento, donandogli  il suo perdono. E’ una saggezza non cristiana, ma umanista. La saggezza di Prospero non è più cristiana di quella di Socrate dove il bene non trionfa per volontà dell’Alto, ma per la volontà di un uomo giusto e saggio. Lo stesso codice morale al quale si rifà Prospero è umanista, il perfetto equilibrio tra razionale ed irrazionale, tra umanità e bestialità. Ed è proprio pensando al senso del perdono  attraverso la complicità del metateatro che  Andrea De Rosa si rivolge al pubblico, facendo appello,  alla nostra  coscienza. Egli ci domanda se oggi noi siamo disposti,  a  rispondere con le stesse parole di Prospero. Se come Prospero siamo disposti a ricompensare i buoni e a perdonare i cattivi. Per il regista De Rosa “La Tempesta  somiglia a un labirinto. Come in una casa di specchi , ogni volta che intravedi una via d’uscita , questa si rivela essere opposta a quella che avevi immaginato. Finché capisci che ciò che conta  è ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro(dentro il labirinto) . E’ l’unica via”. Ma gli incantesimi sono finiti annuncia al pubblico Prospero nell’Epilogo,  proponendoci  così una fondamentale fiducia nell’uomo, nelle forze elementari (naturali)  e ragionevoli che governano la sapienza umana.  Oriana Oliveri

Catania - Ugo Pagliai ed Eros Pagni in Attesa e silenzi: “Aspettando Godot”

 

all’Ambasciatori dall’8 al 20 marzo. La ricca programmazione del Teatro Stabile di Catania prosegue con successo con il lavoro del regista  Marco Sciaccaluga. Lo spettacolo, prodotto dallo Stabile di Genova, s’inserisce nell'ambito del ricco cartellone del TSC, impaginato dal direttore Giuseppe Dipasquale e costruito sul Leitmotiv "Il tempo della musica", metafora per indicare che in tempi di crisi -come l’attuale - il pensiero predilige i linguaggi universali: visivo, gestuale, sonoro. Inestinguibili attese, scandite da dialoghi “paradossali” e silenzi “assordanti”.

È “Aspettando Godot”, capolavoro di Samuel Beckett. Protagonisti sono i due straordinari interpreti del panorama teatrale: Ugo Pagliai ed Eros Pagni, per la prestigiosa regia di Marco Sciaccaluga. Le scene sono firmate da Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl, che cura anche i costumi. Completano il cast nomi di spicco quali Gianluca Gobbi, Roberto Serpi, Alice Arcuri. La parola invece si scarnifica, la sua funzione è stravolta, come avviene in “Aspettando Godot”, laddove il succedersi delle battute non indica, ma addirittura contraddice l’azione. “Let’s go” (Andiamo) asseriscono Vladimiro ed Estragone, e intanto la didascalia chiosa l’opposto “They do not move” (Non si muovono). E sul rapporto tra significante e significato, tra forma e contenuto della parola gioca l’irlandese Beckett in questo testo rivoluzionario del teatro del Novecento. Rivoluzionario a partire dal suono evocativo che sprigiona il nome “Godot”, probabilmente mutuato da quel Godeau, il cui arrivo è vanamente annunciato da Mercadet, protagonista dell’omonima commedia di Balzac. Ma la trasformazione in Godot ha dato adito a complesse analisi, laddove God, dio in inglese, si fonde in Beckett con dot, suffisso che in francese funge da diminutivo. “Non c’è nulla di più comico della tragedia” ha scritto Beckett.

 

E questo dramma è appunto, una tragicommedia, costruita intorno alla condizione dell’attesa, di cui sono protagonisti due strani esseri umani, che per due atti si ritrovano sotto un albero spoglio in una deserta strada di campagna. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento. Gettati ai margini di una società che non conoscono, in uno spazio insieme astratto e concreto, nel quale irrompe a un certo momento un’altra strana coppia (quella formata da Pozzo e Lucky), Estragone e Vladimiro sembrano usciti da una comica del cinema muto, abitanti di un universo (molto simile al nostro) dove la fantasia può invadere la scena e prendere il sopravvento sulla morte, facendo trionfare sul palcoscenico un eccentrico mondo interiore, fatto di lazzi, gestualità, nonsense e divertenti assurdità: la vita stessa, insomma. Commenta il regista Marco Sciaccaluga: “Per due atti, Estragone e Vladimiro aspettano invano Godot, ma la grandezza della commedia non sta certo nel fatto che questi non sopraggiunge mai, quanto piuttosto in ciò che accade mentre si aspetta il suo arrivo. Sul piano figurativo, lo scenografo Jean-Marc Stehlé si è ispirato alla pittura di Bruegel il Vecchio e a quella di Caspar D. Friedrich”.  L’irlandese Samuel Beckett (1906-1989) ha scritto in francese “En attendant Godot” (da lui stesso poi tradotto in inglese) nella seconda metà degli anni Quaranta. Rappresentata per la prima volta a Parigi il 3 gennaio 1953, la commedia è nata e si è diffusa nell’alveo della ricerca e della sperimentazione, ma può oggi finalmente essere messa in scena e vista con lo stesso atteggiamento con cui ci si pone di fronte ai grandi capolavori della drammaturgia di tutti i tempi.

Beppe Fiorello regista ed interprete spot antiviolenza per denunciare stalking Il video realizzato da Beppe Fiorello

Catania - L’attore Beppe Fiorello 

 

ha diretto e girato nel centro storico della città barocca di Scicli uno spot pubblicitario sulla lotta contro la violenza sulle donne presentato, venerdì sera, nell’aula magna del Rettorato dell’Università di Catania.

    L’incontro è stato aperto con i saluti del direttore del Csve Sonia Longo

(ascolta l'intervista). Hanno preso parte alla presentazione dello spot le associazioni di volontariato della Rete Tematica: "Lotta contro la violenza alle donne". Sono state presenti le rappresentanti: del Centro di servizi per il volontariato Etneo , promotore dell'iniziativa, delle  Associazioni: "Penelope", ANDIT e Angeli Lentini, ed Angeli Carlentini,  Olimpia De Gouges, del Centro Antiviolenza "La Nereide "ascolta l'intervista con la presidente Adriana Prazio e Nuova Vita onlus - Centro antiviolenza. Lo spot è stato realizzato con professionisti ed a titolo gratuito da   Beppe Fiorello  (ascolta l'intervista) in 2  versioni : la prima di 30 secondi per le tv e  la seconda di 4 minuti per la proiezione nelle scuole. Nel corso della presentazione dello spot si è sviluppato un colorito dibattito sulle violenze che le donne subiscono, sulla difficoltà delle vittime a denunciarle e sui problemi logistici della associazioni di volontariato che si muovono  in regime di massima discrezione ed economicamente poco sostenute. Ricerche sul fenomeno dello stalking hanno rilevato che il 98% delle vittime della violenza domestica sono donne e che una donna su cinque è stata vittima almeno una volta ad opera del suo coniuge o partner. 

 

Con l’applicazione della legge  sullo stalking molto sta cambiando, ed i responsabili maschi vengono perseguiti, ma soltanto un caso di violenza su 20 viene denunciato. Beppe Fiorello quale regista ed attore dello spot ha voluto che si percepisse un messaggio pacato e molto soft, non aggressivo su un argomento che socialmente è molto forte e di grande risonanza. Al termine della serata sono stati distribuiti anche calendari del Centro Servizi Volontariato Etneo realizzati con le diapositive estrapolate dallo spot realizzato da Beppe Fiorello. Sulla prima pagina oltre alle foto ed i loghi delle associazioni la frase di Madre Teresa di Calcutta:”Amiamo… non nelle grandi ma nelle piccole cose fatte con grande amore. C’è tanto amore in tutti noi. Non dobbiamo temere di manifestarlo”.

LAV : NON

 

ABBANDONARLO

Catania Camera ardente al “Vincenzo Bellini” di Catania per tenore Salvatore Licitra i cui organi sono stati domati a 3 pazienti.  Il tenore Salvatore Licitra, era stato dichiarato lunedì mattina in morte cerebrale dopo nove giorni di coma. L’artista era rimasto vittima di un incidente stradale. Il centro regionale trapianti  ha confermato che il fegato è stato trapiantato su un paziente 53enne di Catania. Trapiantato anche all'Ismett il rene sinistro assegnato ad un uomo 57enne di Palermo. Il rene destro è stato trapiantato al Civico di Palermo ad un messinese 37enne. Le cornee sono state depositate presso la Banca degli occhi dell'ospedale Cervello di Palermo  A nove giorni dall'incidente, i medici del Garibaldi di Catania hanno accertato "la cessazione irreversibile di tutte le funzioni". Il tenore Salvatore Licitra era stato spesso apprezzato alla Washington National Opera, ed ha sempre fatto onore all’arte italiana.

Catania Ambasciatori: Teatro assurdo Becket tenta comunicazione. Dio, dov’è Dio? Lo stiamo  aspettando da circa duemila anni… Lo cercava l’uomo della pietra e della fionda quando tracciava segni apotropaici sulla roccia sperando  che qualcuno , qualcosa lo aiutasse nel rito della caccia. Lo hanno cercato durante le guerre, nelle carestie, sul fuoco dei roghi, nel dolore forse anche nella (poca)gioia. Ma qualcuno si presentava e puntualmente ci annunciava che Godot si scusava ,però  domani sarebbe senz’altro venuto. Eppure ancora aspettiamo Godot. Ricordo una bellissima canzone di  Claudio Lolli intitolata “Aspettando  Godot” diceva “Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot. Ho passato la vita ad aspettare Godot… Sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot…Questa sera sono un vecchio di settant'anni, solo e malato in mezzo a una strada, dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot… La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita, e ho capito che non si può, coprirsi le spalle aspettando Godot. Non ho mai agito aspettando Godot, per tutti i miei giorni aspettando Godot, e ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte, ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte.” Come prevedibile , Godot  non si è presentato nemmeno ieri sul palcoscenico del Teatro Ambasciatori. Godot (ammesso che egli esista…) non appare mai sulla scena, e nulla si sa sul suo conto. Egli si limita a mandare un ragazzo, un messaggero , concesso che questi realmente, come asserisce,  lo conosca , il quale porterà il suo messaggio ai due protagonisti, "oggi non verrà, ma  verrà domani". Eppure anche se  Estragone (Ugo Pagliai ) e Vladimiro (Eros Pagni) continuano ad aspettarlo , ogni spettatore , alla fine dello spettacolo ha dato il proprio  significato  al suo  Godot, un valore diverso da spettatore a spettatore. Aspettando Godot è una tragicommedia dominata dalla sensazione di incomunicabilità e sulla  crisi di identità degli esseri umani. Ancora nel 1955, data della prima rappresentazione dell’opera, a cinquant’anni  da “l’Urlo “  infinito terrificante di Munch ( il quale si propaga  sull’umanità indifferente al dolore )e al grido acuto della madre che  rivolge  al cielo  il figlio morto  tra le braccia in “ Guernica” di Picasso ,  l’uomo cerca ancora Godot. Ma chi è Godot? Numerose sono le interpretazioni: il destino, la morte, la fortuna e persino Dio. Lo stesso Beckett non ha mai chiarito questo enigma , anzi si è così espresso: “Se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione.”. La prima trovata scandalosa e geniale del capolavoro beckettiano è che il protagonista è assente. La recensione più celebre di quest'opera resta quella scritta da Vivian Mercier all'indomani della prima londinese del 1955: "Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte". E tuttavia la vera domanda ritorna: cosa c'è di così assurdo in Aspettando Godot? Tutto è estremamente e stucchevolmente plausibile: due uomini attendono un terzo uomo(?) che non verrà mai il quale sadico continua a farsi gioco dell’ingenuità dei due protagonisti  .E diviene assurdo aspettare , è assurda l’attesa… E’ il teatro dell’ assurdo,  il teatro di Beckett , di Ionesco, di Adamov, di Genet, di Pinter,   degli altri esponenti di questo genere. La rivoluzione teatrale attuata alla metà del  secolo scorso (anche con Pirandello) ha prodotto vicende rappresentate che per quanto assurde , strane ed insolite erano concatenate da una loro logica, logica discutibile , da sviluppi imprevedibili, ma pur sempre fedeli alle proprie regole, ovvero l’incomunicabilità più assoluta. Ciò era avvenuto in altri campi , in letteratura , nelle arti visive. Dopo la seconda Guerra Mondiale la risposta del pubblico  , si dimostra ampia e calorosa , perché in quel teatro riviveva gli aspetti assurdi e caotici della vita contemporanea. L’ ordine che si nasconde sotto questo disordine è quello di porre interrogativi e non dare risposte. “La Cantatrice Calva “ di Ionesco rafforza la consapevolezza che la maggior parte delle conversazioni tra l’uomo e i sui simili, verte sui temi banali e ovvi ,e che la banalità è una forma della non-comunicazione, per parlare per  non dir nulla, pur parler. L’uomo parla ma non dice nulla , conversa ma non comunica. Si è voluto vedere in questo lavoro il dramma dell’uomo che ha perduto la speranza in Dio : Godot  infatti ha come radice “God”, in inglese “Dio” ,o in  irlandese più familiare  "God". Vladimir ed Estragon  sarebbero appunto l’umanità che aspetta passivamente Dio senza provare a cercarlo. Ancora più interessante è l'ipotesi Godot = God + Charlot, tenendo anche conto dell'amore di Beckett per le comiche di Charlie Chaplin e per i fratelli Marx, dai quali ha tratto ispirazione per tratteggiare i suoi Didi e Gogo. Infatti Vladimiro si presenta sul  palcoscenico con una lunga giacca nera ed una bombetta che parafrasano il divo del cinema muto. Sembra un omino non sempre dalle raffinate maniere, ma ha la dignità di un gentiluomo, vestito con  una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura ma senza il   bastoncino di bambù .  Diversamente  Rue Godot è una via di Parigi, una traversa del famoso  Boulevard des Capucines , dove vi era lo studio  fotografico  di Nadar che accolse nel 1874 la prima mostra dei pittori impressionisti, pare che fosse frequentata da prostitute. Ma l’espressionismo, il tragico dell’opera , ha le sue radici nel romanticismo tedesco , ovvero nel quadro di Caspar David Friedrich, "Uomo e donna che osservano la luna" del 1824. Un giorno Beckett confessò alla sua amica Ruby Cohn che: "sai, è stata questa la fonte di ispirazione di “Aspettando Godot” , proprio mentre osservava il   quadro, anche se secondo il biografo J. Knowlson ,il vero quadro che aveva ispirato Beckett sarebbe stato “Due uomini che osservano la luna" del 1819, sempre dello stesso autore. Riccardo Perricone  ripropone il dipinto nel costrutto scenografico, con un solitario albero piantato al centro della scena . L’albero diviene  l’unico elemento che cadenza il tempo e segna il suo  divenire cronologico,  a differenza dell’immobilismo psicologico dei personaggi,  cambiando  tra primo e secondo atto il suo costume di scena,  con l’aggiunta di tre foglie. Un albero che  per certi versi nel suo  minimalismo  ricorda un albero del primo periodo del pittore Piet Mondrian. Vladimiro ed Estragone all’aprirsi del sipario  ricordano con la confusione del loro non  intendersi parlato, con  il Caos Pirandelliano,  “ Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra  campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos". Nella cosmogonia degli antichi greci, il caos è la personificazione dello stato primordiale di vuoto del buio anteriore alla creazione del cosmo da cui emersero gli dei e gli uomini . Dal Caos attraverso l’unione di  Notte (l'oscurità della notte) ed Erebo (le tenebre degli Inferi)  nasceranno Emera (il giorno) ed Etere (la luce), una sorta di allegoria tra sonno della ragione e rinascimento della coscienza umana. Solo una volta Beckett lasciò intravedere una spiegazione al regista Roger Blin (probabilmente più per depistarlo che per chiarirgli le idee...) dicendogli “che Godot derivava dal francese gergale "godillot" ("stivale") perché i piedi hanno una grande importanza in quest'opera”. I ricordi di quella prima mitica messa in scena sono raccontati sia da Bair sia dallo stesso Blin. Il Theatre de Babylone di Parigi, dove avvenne la rappresentazione, era in realtà un vecchio bazar ristrutturato come sala pubblica in cui erano stati montati, per l’occasione ,  un palco e una platea di circa duecento sedie. Tutto fu realizzato con materiale di risulta: "L'albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata [...] La base dell'albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Travolgente la scena in cui i  due sono  incuriositi dall’ingresso in scena di  due  strani personaggi. Uno, un istrionico padrone, Pozzo, l’altro un misero servo, Lucky. Sembrano l’immagine dell’intelligenza e della ratio umana (Lucky, Roberto Serpi) tenute al guinzaglio dell’ignoranza e dalla tracotanza(Pozzo, Gianluca Gobbi). E’ la sorpresa si rivela quando , il servo bastonato umiliato e relegato al ruolo di bestia da soma ,inizia un delirante monologo erudito ricco di forbite citazioni che rivelano e scagionano il suo ruolo di servo  frustrato  dimentico della sua dignità di uomo.  Solo con una zuffa ,Lucky sarà messo a tacere. Ed ancora una volta  l’ignoranza, la sopraffazione  toglieranno al matto servo, quando la sua corda pazza non suonerà più , la sua dignità di uomo. Il monologo inizia come un quadro surrealista, ha la velocità di un quadro futurista , il non senso di un’opera dadaista“…Data l'esistenza come gittò nelle opere pubbliche e di Puncher Wattmann quaquaquaqua di un Dio personale, con la barba bianca quaquaquaqua di fuori del tempo senza estensione che dalle alture di afasia divino divino divino apathia athambia ci ama teneramente con alcune eccezioni per ragioni sconosciute, ma il tempo dirà e soffre…” E’ come se per  far passare il tempo  si riempia  il vuoto con le parole ; è la negazione del silenzio che si sarebbe verificato se la parola non fosse presente. Per un attimo sorridiamo e pensiamo che forse uno dei sei personaggi di Pirandello si è perso tra le pagine di Beckett… Ma il pensiero del drammaturgo irlandese  è  quello dei suoi personaggi, quelli del Teatro dell'assurdo, nato  come reazione alla seconda guerra mondiale. Ha  le sue  basi  nella filosofia esistenziale  combinata ad elementi drammatici  di un  mondo che non può essere spiegato logicamente, esso in una parola  è ASSURDO! Le trame sembrano muoversi in un cerchio, che termina allo stesso modo in cui è iniziato. Pare che Beckett alla domanda di quale fosse il destino degli uomini abbia risposto “"Che ne so io sul destino dell'uomo? Potrei dirvi di più ravanelli". Oriana Oliveri

 

Catania - Cordoglio per Mariella Lo Giudice.  Il mondo artistico ed Il Teatro Stabile di Catania esprimono il più vivo cordoglio per la dolorosa e incolmabile perdita di Mariella Lo Giudice. E’ stata una primadonna di fama internazionale e colonna portante del teatro che l'ha vista nascere e crescere artisticamente. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco, il direttore Giuseppe Dipasquale, il Cda e tutte le componenti del Teatro si stringono alla famiglia con profonda partecipazione. Mariella Lo Giuidice e il suo Teatro Stabile: una carriera luminosa, quella dell’artista catanese, che coincide per più versi con la cinquantenaria storia dell’ente. Nel 1962, quando il teatro non contava appena 5 anni di vita, Mariella ne aveva appena 10 e fece il suo primo debutto. Seguirono le parti di attrice giovane e assai presto quelle di primattrice. Una primadonna versatile e indimenticabile. L’anno prossimo avrebbe dunque festeggiato i quarant’anni di palcoscenico, sostenuti da un’inestinguibile “”sacro” fuoco.  Lo stesso sconfinato affetto per il marito e i tre figli. Queste le ancore che hanno visto lottare Mariella Lo Giudice con straordinaria lucidità e indomito coraggio contro la crudele malattia.  Mariella Lo Giudice  nasce a Catania nel 1952. Nipote di artisti circensi, viene educata all’arte della danza, della musica e del canto sin da bambina. All’età di 10 anni, grazie all’amicizia della madre Carolina con Fioretta Mari, viene scritturata dal Teatro Stabile di Catania per Mariana Pineda di Garcia Lorca con la regia di Giuseppe Di Martino: nasce da allora in lei quella passione del teatro che continuerà a conservare pur frequentando spesso anche programmi televisivi, radiofonici e set cinematografici. Tra gli innumerevoli spettacoli teatrali che l’hanno vista protagonista sui palcoscenici di tutta Italia e all’estero ricordiamo: I Vicerè (regia di Franco Enriquez), La scuola delle mogli (Turi Ferro), Medea (Maurizio Scaparro), L’uomo la bestia la virtù (Andrea Camilleri), Zaira (Giancarlo Sbragia), Il segno verde (Armando Pugliese), Il maestro e Marta (Walter Pagliaro), La lunga vita di Marianna Ucrìa (Lamberto Puggelli), Così è se vi pare (Guglielmo Ferro). Recenti le tournée con Tutto è bene quel che finisce bene (regia di Daniela Ardini) e Il birraio di Preston di Camilleri (regia di Giuseppe Dipasquale).Nel 2011 ha recitato un testo originale scritto da Nino Romeo con Graziana Maniscalco, La casa della nonna, poi in L’avventura di Ernesto al Teatro Stabile di Catania per la regia di Giovanni Anfuso e in Il matrimonio per la regia di Nino Mangano. In ambito televisivo, tra le altre partecipazioni, ricordiamo quelle a Le stelle dell’Orsa Maggiore (regia di Anton Giulio Majano), La professione della signora Warren (Giorgio Albertazzi), Tre anni (Salvatore Nocita), La scalata (Vittorio Sindoni), L’avvocato delle donne (Andrea e Antonio Frazzi), infine La vita di Sophia Loren che uscirà nei prossimi mesi per la regia di Vittorio Sindoni. L’unica esperienza di doppiaggio è stata quella in cui ha dato la voce a Judy Dench in Diario di uno scandalo; unica rimane anche la partecipazione ad un video musicale, quello di Carmen Consoli, Non lontano da qui.

Premio Internazionale “Giovanni Verga” assegnato a Tahar Ben Jelloun

Catania - La I edizione del Premio Internazionale “Giovanni Verga”      è stata assegnata a Tahar Ben Jelloun   con lo scritto “Partire”. La manifestazione culturale è promossa dalla Provincia Regionale di Catania. La giuria era composta dal presidente Giuseppe Castiglione, Vicente Gonzalez Martin, Pasquale Guaragnella, Enrico Iachello, Sarah Zappulla Muscarà e dal segretario Enzo Zappulla . Temi del romanzo “Partire”  edito da  Bompiani sono l’immigrazione clandestina, l’integrazione, l’umana condizione di miseria e l’anelito al riscatto sociale. Oggetto del romanzo, come di Tutta la produzione dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, è caratterizzata dal forte impegno civile. Gabriele Pedullà con “Lo spagnolo senza sforzo” edito da Einaudi è stato premiato per la Sezione Opera. La cerimonia di consegna si è svolta   giovedì 17 dicembre, nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania a conclusione di un convegno internazionale itinerante, intitolato “Verga Europeo”.

 

ASCOLTA  LE  INTERVISTE

 

Hit Counter visitatori