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Catania - Teatro Stabile, Assemblea soci unanime su bilancio 2014, rinnova Collegio Revisori. L'organo, presieduto da Nino Milazzo  si è riunito, il 4 agosto alle ore 17, negli uffici dell'Ente presso il complesso fieristico “Le Ciminiere”. L'Assemblea dei Soci del Teatro Stabile di Catania, presieduta dal giornalista Nino Milazzo, ha approvato all'unanimità il bilancio consuntivo 2014.  Alla  riunione  col presidente dello Stabile Nino Milazzo hanno presenziato: per la Regione il dott. Valerio Garraffa, per il Comune il dott. Massimo Rosso, per la Provincia Regionale di Catania la dott.ssa Clara Leonardi, per l'Ente Teatro di Sicilia l'avv. Renato Sgroi Santagati. Erano altresì presenti: il vicepresidente del Consiglio d'amministrazione avv. Jacopo Torrisi, i consiglieri dott.ssa Celestina Costanzo (per la Provincia) ed il dott. Raffaele Marcoccio (per l'Ente Teatro di Sicilia), il revisore dei conti uscente Francesco Piccirillo ed il direttore del TSC Giuseppe Dipasquale. L’Assemblea ha anche approvato, con l'attesa designazione del nuovo membro da parte della Regione, il rinnovo e composizione del Collegio dei Revisori dei Conti, che risulta così formato: dott. Massimo Baraldi, presidente (per il MiBACT, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali del Turismo), dott. Francesco Torre (per il Comune), dott. Gioacchino Orlando (per la Regione).



Catania  - Teatro Stabile: cordoglio per scomparsa del presidente onorario Ignazio Marcoccio. Il Teatro Stabile è in lutto ed esprime vivissimo cordoglio per la scomparsa di Ignazio Marcoccio, per lunghi decenni legato in modo continuativo ed indissolubile al percorso istituzionale dell’ente, da lui seguito con vigile passione e tenacia d’azione. Affermano Pietrangelo Buttafuoco Presidente Teatro Stabile Catania e Giuseppe Di pasquale Direttore Teatro Stabile Catania:”Tante le battaglie, combattute e vinte, che lo hanno visto profondere per lo Stabile un impegno a 360 gradi, sul piano artistico, culturale, gestionale. Una dedizione costante e incondizionata: dapprima da sindaco, poi da vicepresidente e presidente, infine - e fino a ieri - da presidente onorario, il primo nella gerenza dello Stabile etneo, che gli aveva così conferito una carica affatto onorifica, continuandone a tenere nella massima considerazione pensiero e consiglio.  A quanti hanno a cuore la sorte di tutto il teatro, non solo dello Stabile etneo, la sua figura rimane e rimarrà quale lare protettore di una concezione etica dell’arte, per molti versi affine agli ideali di correttezza, lealtà, autonomia da condizionamenti, cui dovrebbe conformarsi l’attività sportiva che gli era altrettanto cara. Ignazio Marcoccio è stato davvero in questo un nume tutelare e combattivo, e non solo in senso metaforico, se si pensa alla virtuosa caparbietà con cui si è battuto per la battaglia delle battaglie: tenere lontana la politica dal teatro”.  Il commento a caldo del presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo alla notizia del decesso di Ignazio Marcoccio, già sindaco di Catania, dirigente del Coni, vice presidente del Teatro Stabile e presidente del Calcio Catania: "Con la morte di Ignazio Marcoccio se ne va un pezzo di storia della città di Catania. Ho conosciuto Marcoccio negli anni settanta e di lui custodirò per sempre il ricordo di un uomo d'altri tempi. Una persona amabile, cordiale, che ha speso la sua vita al servizio della città di Catania, da semplice cittadino, da amministratore lungimirante e da straordinario dirigente sportivo che insieme a Carmelo Di Bella ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del Calcio Catania, promuovendo allo stesso tempo la realizzazione di importanti impianti sportivi. Un gran signore che lascia un vuoto difficilmente colmabile".


CataniaBellini, lavoratori protestano su tetto. Antonio Santonocito, il segretario regionale Snalv ConfSal – Sindacato Nazionale Autonomo Lavoratori e Vertenze è duro, afferma in un comunicato di Desirée Miranda:” Mesi e mesi di attesa per il rinnovo del contratto lavorativo che ancora non arriva per motivi burocratici e politici. Siamo stanchi di aspettare e ancora aspettare una soluzione che non arriva. Dov'è il sindaco Enzo Bianco quando si tratta di difendere non solo i lavoratori e le loro famiglie, ma anche un patrimonio culturale e artistico di immenso valore qual è il teatro Massimo Bellini?". L'intervento è di Santonocito a proposito della vicenda dei lavoratori che insieme ai musicisti permettono lo svolgimento degli spettacoli del teatro. Antonio Santonocito aggiunge nello scrito:”Una storia vecchia che coinvolge 28 tra autisti, addetti al controllo di sicurezza dei macchinari, falegnami, pittori, caldaisti, archivisti, sarti, uscieri e tante altre figure professionali indispensabili al funzionamento della struttura, che non solo vivono una condizione di precariato da circa 20 anni, al momento non hanno rinnovato il contratto e non sembra esserci una soluzione per il loro futuro. Nonostante avrebbero da tempo maturato i requisiti per una assunzione a tempo indeterminato e la loro opera sia indispensabile, dunque, per loro nessun contratto e nessuna remunerazione. Da mesi ormai protestano perché, data la situazione precaria ventennale, si chieda alla Regione Siciliana una deroga alla legge che impedisce nuove assunzioni a causa delle ristrettezze economiche, ma dopo tante promesse e tanti rinvii ancora un nulla di fatto. Non se ne può davvero più, sembra il gioco delle tre carte per cui una risposta a queste famiglie non arriverà mai”. Le lamentele del segretario generale Snalv-ConfSal sono dirette sia alla sovrintendente Rita Cinquegrani  che al sindaco Bianco. Antonio Santonocito nello scritto aggiunge:” la sovrintendente ha sempre rinviato il tutto senza trovare ad oggi una soluzione tanto che la richiesta di deroga non è ancora stata inviata, ma anche e soprattutto il presidente del teatro Massimo cittadino: il sindaco Bianco, è lui che deve pensare al teatro come una risorsa per il rilancio della città che deve essere soprattutto in senso culturale. Il teatro è chiuso da mesi ed i lavoratori non lavorano, è assurdo. Non si può parlare solo di calcio in questa città, c'è anche molto altro che può e deve essere valorizzato sia in termini di strutture che di professionalità". Si attende la risposta di sindaco e sovrintendente.


Catania - Francesca Reggiani : “Tutto quello che le donne (non) dicono” "Comics". E’ l’appuntamento finale giovedì 31 marzo 2011, al Teatro Ambasciatori, alle ore 21.00 con la diciassettesima edizione della rassegna organizzata dall'associazione "Ecco Godot" con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania . Grande successo di pubblico e di critica si è registrato per la rassegna Comics, organizzata dall'Associazione Ecco Godot, con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania. Entusiasmante e positivo il bilancio del cartellone 2010-2011 che propone in chiusura l'attesa esibizione di  Francesca Reggiani    nel satirico, esilarante, umanissimo monologo “Tutto quello che le donne (non) dicono”. Data unica: giovedì 31 marzo, alle 21, al Teatro Ambasciatori, sala prescelta per le sue maggiori dimensioni rispetto al quella del Musco che ha ospitato i precedenti appuntamenti di Comics, distruibuiti invece in due serate.  A conclusione della carrellata che ha visto a Catania Gene Gnocchi, Nando Varriale, Max Pisu, Maurizio Lastrico, l’ultima a dominare la scena e intrattenere il pubblico sarà dunque "una donna che racconta le donne", con l’ironia e il sarcasmo tagliente e implacabile che la contraddistingue. Inconfondibile è infatti lo stile di  Francesca Reggiani, unica attrice presente in kermesse con uno show che non lascia scampo, con le sue battute fulminee e brucianti, i suoi ritratti feroci e veritieri, le riflessioni acute e scomode, con quello sguardo ironico e divertente sulla nostra disastrata attualità che solo la sensibilità di una donna sa cogliere. Il testo, scritto dalla stessa Reggiani insieme a Valter Lupo e Gianluca Giugliarelli, per la regia di Valter Lupo, chiama in raccolta una serie di riflessioni che spaziano dall’attualità più immediata - portando sul palco personaggi come il Ministro Gelmini, lo psichiatra Vittorino Andreoli o Sofia Loren - fino alle manie sentimentali delle donne costantemente ossessionate dall’amore e dalla vita di coppia, con quella capacità tutta femminile di saltare con incredibile rapidità dalle problematiche più pratiche ai classici voli pindarici amorosi. Ed è proprio la visione femminile, che rende questo spettacolo diverso, nel suo genere comico. “Di solito la formula del one man show è un genere prettamente maschile – spiega l’attrice – ho voluto confrontarmi con il pubblico direttamente, senza intermediazioni per dimostrare che una donna può sostenere brillantemente il palco”.Del resto l’artista, formatasi alla scuola comica del famoso “Laboratorio” di Gigi Proietti, e poi venuta alla ribalta del grande pubblico con programmi divenuti cult, come “La tv delle ragazze”, “Avanzi”, “Tunnel”, è un vero animale da palcoscenico che domina la scena con la disinvoltura e il garbo sottile che può appartenere solo a un’attrice comica.


CataniaIn scena verità ed onore della “brocca rotta”. Si apre il sipario e all’improvviso i personaggi di un inanimato quadro di Pieter Bruegel prendono vita nel borgo olandese. Si sono presentati così gli attori della “Brocca rotta “(Der zerbrochene Krug,)  di Heinrich von Kleist  spettacolo rappresentato al teatro Angelo Musco di Catania. Contadini, donne, servette e uomini di giustizia , hanno animato il palcoscenico del teatro come nel celebre quadro del pittore fiammingo“ La danse de la mariée en plain air” in una scena ricca di contrasti e colori, grazie a  Riccardo Perricone e Dora Argento i quali hanno , uno allestito  la scenografia e l’altra disegnato i costumi. La storia mossa da una velata ironia socratica ora comica ,ora grottesca, si muove sullo sfondo di un borgo olandese, per smascherare  la figura di un giudice che da indagatore risulterà essere l’indagato ed infine  il colpevole. Il regista Nino Mangano ambienta il testo all’aperto in uno spazio adiacente  l’abitazione  del giudice Adamo (Mimmo Mignemi), nel villaggio olandese di Hiusum ,che nell’agitazione per la notizia dell’imminente arrivo del consigliere del tribunale per un’ispezione,  scopre di aver perso  la sua parrucca , simbolo  e  strumento per impartire in modo imparziale la giustizia, la quale come recita la famosa frase dovrebbe essere uguale per tutti. Così alla presenza del consigliere (Angelo Tosto), una sorta di gigante buono, alto  con una giacca nera da allampanato, indefesso paladino della verità e del giudice Adamo, il quale  si mostra al contrario  propenso a concludere il caso in tutta fretta, si inizia l’istruttoria del giorno , ovvero quello della  signora Marta (Raniela Ragonese). Questa  accusa  Roberto(Giampaolo Romania)  fidanzato della figlia, Eva (Egle Doria), di essersi introdotto la notte precedente in casa sua e di aver rotto una preziosa brocca che si trovava nella sua stanza  . Roberto  si difende sostenendo di aver trovato un altro uomo nella stanza di Eva, il quale avrebbe rotto lui la brocca(eufemismo usato nella storia per intendere la perduta verginità della figlia), ovvero un orcio fiammingo di  pregevole valore,  dandosi poi alla fuga. Il giudice Adamo è a disagio e al consigliere appare chiaro come questi stia cercando di risolvere in fretta la questione, quasi per togliersi dagli impicci. Eva, che potrebbe porre fine alla questione, si rifiuta di rivelare il nome del suo "visitatore". Ma l’improvvisa testimonianza di una vicina di casa Brigida (Margherita Mignemi) mette fine alle discussioni. Lei ha trovato vicino alla finestra di Eva proprio la parrucca del giudice. Ad Eva non resta altro che accusare il giudice Adamo e raccontare finalmente come si sono svolti veramente i fatti. Questa volta al contrario della biblica Eva, l’Eva di von Klein  non ha  indotto in tentazione il vecchio Adamo  con una mela , ma  è Adamo che attenta  l’onore di Eva con la promessa dell’esonero dal servizio militare  di Roberto, il fidanzato. Conseguenza, Adamo , a differenza del suo antesignano predecessore non verrà  cacciato  dal Paradiso , ma è lui stesso che fuggirà dal paese quello ,che per il suo modus vivendi licenzioso, era stato il suo di  Paradiso. Il racconto è la metafora di una giustizia torbida e troppo spesso male amministrata, dove chi dovrebbe giudicare diviene l’ accusato. Rappresentata da Goethe a Weimar nel 1808, La brocca rotta è una commedia ispirata   ad un'incisione intitolata Le juge, ou la cruche cassèe  che von Klein aveva visto  a casa di un suo amico Heinrich Zschokke . Assieme  d alcuni suoi amici presenti,  quasi per scommessa, aveva tentato di costruirne una storia che  poi divenne l’opera teatrale rappresentata nel 1806. Il testo conferma la tendenza "metafisica" delle opere del drammaturgo tedesco che trasforma la comicità in caricatura grottesca attraverso l’ aggiunta di una lettura simbolica e filosofica. Il risultato è una complessa commedia, tessuta attraverso  piani diversi  che si intrecciano, coniugando divertimento, ironia e riflessione sulla natura dell’uomo e sulle sue debolezze. Heinrich von Kleist   ambienta l’opera teatrale nelle Fiandre, ma attraverso  l ‘escamotage del romanzo storico , vuole parlare della Germania del suo tempo. L'ambientazione rurale  dei personaggi apparentemente imprigionati nei costumi, negli usi e nelle  convenzioni di quell'ambiente,con la loro ignoranza e con  la loro furbizia sono la veste di un mondo ben diverso da quello che viene evocato. Il loro mondo in realtà è quello di Kleist: la Prussia (e la Germania) a cavallo tra Settecento e Ottocento, la crisi culturale in cui si snervano le menti più alte e sensibili del tempo, l'avanzata inarrestabile di una classe borghese che continuamente deve fare i conti con l'arretratezza politico istituzionale del paese, la crisi dell'illuminismo.  Non si tratta quindi solo di una commedia realistica su un giudice corrotto in un villaggio delle Fiandre, ma di un capriccio filosofico che, complice la lingua, mette a nudo con estrema crudeltà i meccanismi di false verità in cui un mondo, quello di von Kleist,  si crogiola e si muove senza saperlo. E’ una commedia sul bisogno di verità e sull'ineludibile impossibilità di conoscerla; sulla consapevolezza dell'assenza di giustizia e sull'ostinazione a volerla ottenere. Questa brocca assume però un valore metaforico, un doppio senso fortissimo che va di pari passo con la perdita della reputazione e della verginità , da parte di una giovane fanciulla che ha ricevuto nella sua camera un misterioso visitatore e con la decorazione della brocca ormai deturpata dalla caduta. La brocca che è andata rotta era decorata proprio con la consegna delle Fiandre a Filippo II. Un evento fondamentale per quel Paese e proprio lì dove era raffigurato il re mentre  riceveva la corona, si è creato  un vuoto diminuendo  il valore del prezioso oggetto. Le Fiandre tra tutti i territori di Filippo II, costituivano il cuore produttivo per eccellenza. Erano ricche di manifatture per la lavorazione della lana e della tela, nonché di cantieri navali. Ad Anversa venne fondata  la prima Borsa europea e da qui passavano gli enormi capitali del traffico delle spezie. Felice è l’intuizione del regista nell’impostare la  recitazione secondo  la prossemica  gestuale della gente del sud e il vernacolo nella tipica cantilena  dialettale , tanto è vero che in alcune scene del processo sembrava di essere in “Civitoti in pretura “ di Nino Martoglio.  Chi è il giudice Adamo? E’ un  giudice libertino poco incline a somministrare la giustizia, della quale ha un concetto tutto suo , che istruisce il processo con  una vistosa ferita sulla testa, la quale  svela al pubblico divertito il satiro , sotto le mentite spoglie del giudice. E’ lui che ha rotto la brocca attentando all'onore della ragazza come “compenso” in natura per il favore fatto. Il tema della giustizia fu una delle (tante) ossessioni di Heinrich von Kleist, morto suicida nel 1811, a soli 34 anni. Basta pensare al protagonista di un suo racconto, il mercante di cavalli Michele Kohlhaas che, frustrato nel suo maniacale desiderio di risarcimento, invoca senza esito “…Ci sarà pure un giudice a Berlino!” . L’interpretazione di Mimmo Mignemi del giudice corrotto e vile, a tratti malizioso e a tratti falsamente ingenuo, emoziona e travolge  il pubblico il quale anche se ridendo prova simpatia per il furbo personaggio e riflette sulle debolezze umane. Altra protagonista  dello spettacolo è Marta la madre , che attribuisce al suo personaggio una straordinaria volontà e fermezza, la quale una volta viste crollate le sue certezze, non desiste dal  continuare la sua ricerca di giustizia per l’unica cosa che le è chiara: la rottura della brocca. Oriana Oliveri


Beppe Fiorello regista ed interprete spot antiviolenza per denunciare stalking Il video realizzato da Beppe Fiorello

Catania - L’attore Beppe Fiorello  ha diretto e girato nel centro storico della città barocca di Scicli uno spot pubblicitario sulla lotta contro la violenza sulle donne presentato, venerdì sera, nell’aula magna del Rettorato dell’Università di Catania.

    L’incontro è stato aperto con i saluti del direttore del Csve

(ascolta l'intervista). Hanno preso parte alla presentazione dello spot le associazioni di volontariato della Rete Tematica: "Lotta contro la violenza alle donne". Sono state presenti le rappresentanti: del Centro di servizi per il volontariato Etneo , promotore dell'iniziativa, delle  Associazioni: "Penelope", ANDIT e Angeli Lentini, ed Angeli Carlentini,  Olimpia De Gouges, del Centro Antiviolenza "La Nereide  "ascolta l'intervista con la presidente Adriana Prazio   e Nuova Vita onlus - Centro antiviolenza. Lo spot è stato realizzato con professionisti ed a titolo gratuito da   Beppe Fiorello  (ascolta l'intervista)   in 2  versioni : la prima di 30 secondi per le tv e  la seconda di 4 minuti per la proiezione nelle scuole. Nel corso della presentazione dello spot si è sviluppato un colorito dibattito sulle violenze che le donne subiscono, sulla difficoltà delle vittime a denunciarle e sui problemi logistici della associazioni di volontariato che si muovono  in regime di massima discrezione ed economicamente poco sostenute. Ricerche sul fenomeno dello stalking hanno rilevato che il 98% delle vittime della violenza domestica sono donne e che una donna su cinque è stata vittima almeno una volta ad opera del suo coniuge o partner.   

Con l’applicazione della legge  sullo stalking molto sta cambiando, ed i responsabili maschi vengono perseguiti, ma soltanto un caso di violenza su 20 viene denunciato. Beppe Fiorello quale regista ed attore dello spot ha voluto che si percepisse un messaggio pacato e molto soft, non aggressivo su un argomento che socialmente è molto forte e di grande risonanza. Al termine della serata sono stati distribuiti anche calendari del Centro Servizi Volontariato Etneo realizzati con le diapositive estrapolate dallo spot realizzato da Beppe Fiorello. Sulla prima pagina oltre alle foto ed i loghi delle associazioni la frase di Madre Teresa di Calcutta:”Amiamo… non nelle grandi ma nelle piccole cose fatte con grande amore. C’è tanto amore in tutti noi. Non dobbiamo temere di manifestarlo”.


Premio Internazionale “Giovanni Verga” assegnato a Tahar Ben Jelloun

Catania - La I edizione del Premio Internazionale

“Giovanni Verga”     

è stata assegnata a

Tahar Ben Jelloun  

con lo scritto “Partire”. La manifestazione culturale è promossa dalla Provincia Regionale di Catania. La giuria era composta dal presidente Giuseppe Castiglione, Vicente Gonzalez Martin, Pasquale Guaragnella, Enrico Iachello, Sarah Zappulla Muscarà e dal segretario Enzo Zappulla . Temi del romanzo “Partire”  edito da  Bompiani sono l’immigrazione clandestina, l’integrazione, l’umana condizione di miseria e l’anelito al riscatto sociale. Oggetto del romanzo, come di Tutta la produzione dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, è caratterizzata dal forte impegno civile. Gabriele Pedullà con “Lo spagnolo senza sforzo” edito da Einaudi è stato premiato per la Sezione Opera. La cerimonia di consegna si è svolta   giovedì 17 dicembre, nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania a conclusione di un convegno internazionale itinerante, intitolato “Verga Europeo”.


Catania -  “La scuola delle mogli” di Molière a Teatro Stabile. Lo  spettacolo è alla sala Verga di Catania dal 5 al 17 marzo. Eros Pagni per la regia di Marco Sciaccaluga con versione italiana di Giovanni Raboni. Per la Stagione del Teatro Stabile di Catania, al Teatro Verga “La scuola delle mogli” di Molière, versione italiana Giovanni Raboni, regia Marco Sciaccaluga, scena Jean-Marc Stehlè e Catherine Rankl, costumi della stessa; musiche Andrea Nicolini, luci Sandro Sussi; con Eros Pagni, Alice Arcuri, Roberto Serpi, Roberto Alingheri, Mariangels Torres, Federico Vanni, Marco Avogadro, Massimo Cagnina, Pier Luigi Pasino; produzione Teatro Stabile di Genova. C’è  attesa per il ritorno sulla scena etnea del grande Eros Pagni, ancora una volta ospite del Teatro Stabile di Catania. Diretto magistralmente dal regista Marco Sciaccaluga, l’attore ligure è protagonista di un classico dalla trascinante vis comica come “La scuola della mogli”, in cui dà vita ad uno straordinario Arnolfo, ruolo che Molière aveva scritto per sé. Il celeberrimo titolo, proposto nella versione italiana di Giovanni Raboni, arricchisce la stagione dello Stabile catanese, intitolata dal direttore Giuseppe Dipasquale alla proteiforme “Arte della commedia”. La  nuova produzione in tre mesi di tournée nazionale, ha raccolto ottimi consensi, a conferma della qualità che contraddistingue gli allestimenti dello Stabile di Genova, di cui Sciaccaluga è condirettore: una lunga serie di successi, in gran parte firmati dallo stesso Sciaccaluga e affidati al versatile estro di Pagni, autentica colonna del prestigioso ente teatrale. Nel cast spiccano altresì Alice Arcuri (Agnese) insieme a Roberto Serpi (Orazio), Roberto Alinghieri (Alain), Mariangeles Torres (Giorgina), Federico Vanni (Crisaldo), Marco Avogadro (Enrico), Massimo Cagnina (Oronte) e Pier Luigi Pasino (un notaio). La scena è ideata da Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl (autrice anche dei costumi), musiche di Andrea Nicolini, luci di Sandro Sussi. “La scuola delle mogli” è un capolavoro di analisi psicologica e comportamentale. È sì la storia dell’amore impossibile di un uomo anziano per una ragazza che ha educato con il progetto di farne la moglie ideale. Ma è anche un inno alla libertà individuale, che mal sopporta i vincoli imposti dall’autoritarismo ideologico: lo stesso di cui si alimentano i vaneggiamenti pedagogici e matrimoniali di Arnolfo, il quale - spinto da radicale sfiducia nelle donne - è convinto sia meglio una moglie poco attraente e sciocca piuttosto che bella e intelligente.  Rappresentata per la prima volta nel 1662, “L’école des femmes” si rivelò subito di forte impatto. Tutta Parigi, con Luigi XIV e la famiglia reale in testa, accorse a vedere ed applaudire uno spettacolo che, impostosi per la magistrale drammaturgia e l’incalzante comicità, suscitò d’altro canto scandalo e furiose polemiche. I benpensanti accusarono l’autore di essere volgare e immorale, specie con riferimento all’ambiguo dialogo tra Arnolfo e Agnese al second’atto, ed ancor più per le “Massime del matrimonio”, assimilate ad una presa in giro delle “prediche” o a parodia dei Comandamenti. L’annosa “querelle”, mitigata solo in parte dal favore del Re, investì pesantemente anche la vita privata del commediografo, per i facili riferimenti al tormentato rapporto che lo legava alla giovane moglie Armande. Sciaccaluga sottolinea:”Certo la commedia parla di corna e contrasto generazionale, e innumerevoli sono le occasioni per ridere, ma in Molière la risata è la chiave per scoprire tante verità. La trama può essere raccontata come il contrasto tra il sogno totalitario di Arnolfo e la libertà individuale che si concretizza, a loro insaputa, nell’amore che nasce  naturalmente  tra Agnese e Orazio”. Sciaccaluga sposta l’ambientazione dal Seicento al primo Novecento. «Molière propone una piccola storia privata di provincia, attraverso la quale però sa far nascere l’immagine di un’umanità e di una società senza tempo, dove si alimenta l’illusione che catechismi, regolamenti, ideologie possano piegare la natura al loro programmatico volere. Ci è sembrato di leggere in ciò il rinvio a una realtà piccolo borghese. Con gli scenografi abbiamo fatto diversi tentativi, guardando agli ultimi due secoli prima di fissarci in quell’epoca specifica, non per precise ragioni critiche ma per una serie di suggestioni culturali, che in me hanno riguardato soprattutto certo cinema francese, in primo piano Chabrol, che forse meglio di ogni altro ha saputo dare spessore universale all’evocazione di un affresco provinciale. Una scelta che esalta la forza deflagrante del testo. Ciò che veramente mi interessava è raccontare quella storia che Molière confina in un microcosmo avendo però la capacità di farlo esplodere, in modo da investire la realtà contemporanea, come spero possa accadere alla nostra scatola scenica, che rinvia a un universo in cui si sente il profumo di baguette e il suono della fisarmonica, ma anche a piccole cose di cattivo gusto, a segreti nascosti, a orchi in agguato, che cercano invano di condizionare lo sbocciare della natura”.



 

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 CATANIA Teatro & Cinema

Trischitta, “Bellini a Puteaux” : in scena mesi finali del musicista


 


Catania Trischitta, “Bellini a Puteaux” : in scena mesi finali del musicista. Lo scrittore Domenico Trischitta col dramma debutta in scena al Piccolo Teatro della Città di Catania  gli ultimi mesi francesi di Vincenzo Bellini.  I mesi finali di vita del  musicista Vincenzo Bellini, sono recitati sabato 13 maggio alle ore 21.00 al Piccolo Teatro della Città di Catania con dovizia da Piermarco Venditti, Carlo Caprioli, Ornella Cerro e la regia di Massimiliano Perrotta. Lo spettacolo racconta gli ultimi mesi francesi di Vincenzo Bellini, coinvolto in un enigmatico triangolo psicologico col suo amico Samuel Levys e con la sua attraente consorte... fino alla prematura scomparsa a meno di trentaquattro anni. Lo  spettacolo è prodotto da La Vetrina dell'Arte, “Bellini a Puteaux” si avvale delle scenografie di Giorgia Casali, dei costumi di Cettina Bucca e della sartoria Il Teatrino di Carmen & Carmen, della collaborazione di Sara Nussberger, Marzia Ingitti, Livia Ribichini. Uno spettacolo è pieno di Musica e  passioni, in teatro che in autunno approderanno anche Roma. Una  replica il 14 domenica alle 17,30 è programmata al Piccolo Teatro della Città etnea.


Lampedusa – Orrore migrazione da coste Africa a Sicilia: docufilm  di Lo Piero, “La libertà non può morire in mare”. Catanese, fondatore della Scuola di cinema a Catania, Alfredo Lo Piero, dopo diverse esperienze cinematografiche si è cimentato nel lungometraggio che è un vero e proprio film di denuncia. Il  docufilm non è finzione, ma solo realtà esaltata dal direttore della fotografia Giuseppe Bennica, e dal promettente assistente operatore, Giovanni Romolo Flaccomio. Le  immagini  sono poi affidate al montatore Claudio Cutrì, premio David di Donatello, il quale ha già lavorato al pluripremiato “La mia Africa”. I costumi sono stati curati dallo stilista Alfonso Zappulla, mentre per le location e gli allestimenti, l’equipe si è avvalsa dello scenografo Mirko Miceli. Alfredo Lo Piero è tornato da due settimane di ripresa a Lampedusa ed è molto provato. L’autore, regista e produttore di “La libertà non può morire in mare”, il docufilm a tinte forti sull’orrore della migrazione dalle coste africane a quelle siciliane Lo Piero afferma : “Ho capito che ogni centimetro che riescono a occupare sul barcone è un centimetro di libertà, pagato non solo con denaro, tanto denaro, ma soprattutto con sacrifici, umiliazioni, sofferenza, violenze, paura. Sanno che rischiano la vita, molti non hanno mai visto il mare, pochissimi sanno nuotare, ma preferiscono avere una speranza piuttosto che convivere col terrore di saltare in area su una mina o straziati da un machete. Quello che vediamo in televisione non è nulla rispetto alla realtà atroce con la quale ci si confronta a Lampedusa in ogni istante: è un’isola circondata da un mare di morte. Conosco chi non riesce più a fare il bagno perché emotivamente ferito, altri che finito il loro turno tolgono la divisa e tornano al largo da volontari per cercare di salvare altre vite umane e vivono anche la scelta spesso inevitabile di dover decidere tra tante braccia protese chi salvare subito col rischio di condannare a morte qualcun’altro.Ho sentito storie che mi hanno profondamente segnato: le sofferenze dei migranti sono indescrivibili, spesso il loro viaggio dura mesi perché prima di attraversare il deserto d’acqua devono superare quello di sabbia in condizioni di invivibilità. E poi arrivati nei centri da dove partono barche e gommoni alcuni, quelli delle etnie più povere, vengono torturati e uccisi per dare un segnale a coloro che, invece, possono spendere di più per avere un posto all’aperto, non nella stiva dove possono morire schiacciati o soffocati, come spesso è avvenuto”.  Lo Piero spiega ancora : “Siamo stati adottati anche noi della troupe sia in mare, dal comandante della Guardia costiera, Paolo Monaco, e dal tenente Fabio Bia della Guardia di Finanza e a terra dal volontariato che ha in Sabina Di Malta una risorsa inarrestabile. E grazie ai Carabinieri, al medico Pietro Bartolo, a tutti coloro che quotidianamente dimostrano che Lampedusa è terra di accoglienza e di generosità infinita. Un grazie di cuore alla giornalista Gabriella Virgillito, segretaria di produzione, e all’avvocata Antonietta Petrosino, responsabile Amnesty International di Catania. Dopo la fase di riprese a Lampedusa, la troupe riaccenderà le cineprese tra Palermo e Catania e in centro di accoglienza dove saranno realizzate delle interviste inedite, nel massimo rispetto della privacy e della dignità personale dei migranti, molti dei quali sopravissuti alle stragi in mare. Oltre 650.000 migranti sono approdati a Lampedusa, circa 20.000 sono morti in vent’anni, tra questi 600 bambini da gennaio a ottobre di quest’anno. Gli interessi milionari di lobby internazionali alimentano questo moderno mercato degli schiavi che lascia una scia di sangue sempre più visibile. Gli scafisti, spesso individuati e arrestati, pagano per tutti, ma sono solo i terminali e la bassa manovalanza di organizzazioni efficientissime e con proventi ultra milionari. Presto inizieremo la post produzione; la colonna sonora sarà affidata agli affermatissimi autori e compositori Paolo Vivaldi e Matteo Musumeci La voce narrante sarà quella splendida di Leo Gullotta. Il docufilm sarà pronto nei primi mesi del 2017, in tempo per poter partecipare ad alcuni concorsi internazionali e nazionali con un obiettivo: non vincere, ma scuotere le coscienze e far vedere, senza romanzare e filtrare nulla, cos’è realmente il dramma della migrazione”.


Catania –  Salvatore La Rosa economista di Acireale è il nuovo presidente del Teatro Stabile. Il  giornalista Nino Milazzo qualche mese addietro aveva rassegnato le dimissioni da presidente del Teatro. Salvo La Rosa, dirigente di banca è stato nominato dal Cda, 60 anni è impegnato politicamente nel Partito democratico.


Catania -  Chiara Taigi prima Norma a Teatro Greco Siracusa. L’artista: “La Sicilia è una grande isola non permettiamo che diventi una zattera”. Chiara Taigi è una star, anzi un’antistar. Bella, bionda, celebrata in tutto mondo, il soprano romano potrebbe darsi le “arie”, invece è una pasionaria dell’arte, vissuta come missione, come patrimonio da condividere con tutti, affinché diventi veicolo di crescita spirituale e culturale. È lei la protagonista di “Norma” che il 4 luglio inaugura al Teatro Greco di Siracusa la seconda edizione del Festival Euro Mediterraneo. Per la prima volta il capolavoro belliniano approda nella millenaria cavea aretusea, in un nuovo allestimento firmato da Enrico Castiglione, regista e scenografo di fama internazionale, che ha scelto Chiara Taigi, stella della lirica dal carnet fitto di date, che non per questo diserta la Sicilia, come tanti artisti famosi hanno fatto in questi tempi di crisi, ma si sente anzi isolana d’adozione, e torna ogni volta più attratta dal richiamo di una terra magica. La incontriamo in aeroporto dove sta per imbarcarsi per atterrare a Catania e poi approdare nella città di Archimede.   Cosa la lega tanto a quella che Goethe chiamava “la terra dei limoni in fiore”? “La zagara, il cielo, il mare, l’Etna, le vestigia classiche e barocche, tutto. E sul piano personale mi sento molto ricambiata. Dalla Medea di Cherubini alla Nedda dei Pagliacci, da Mimì in “Bohème” ad Abigaille in “Nabucco”, ruoli da me interpretati al Teatro Antico di Taormina sotto la direzione artistica e registica di un grande artista come Enrico Castiglione, ho stretto con il pubblico siciliano un legame fortissimo. Lo amo e sento che mi ama, visceralmente. Per questo se questa meravigliosa terra chiama, io corro: non solo per grandi eventi musicali, ma ogni volta che sento di doverci essere per solidarietà o per una buona causa. Come per il recente “Stabat Mater” di Pergolesi a Messina. Certo è tutto più semplice quando canto a Bregenz o Savonlinna. Ma vincere la battaglia dell’arte e della cultura ha in Sicilia tutto un altro significato. Se mancassi mi sentirei di venire meno ad un imperativo interiore, morale: la Sicilia ha una grande storia di cultura e d’arte, non si merita di stare sotto i riflettori solo per la mafia e i profughi che sbarcano a Lampedusa. Davanti a tali calamità bisogna sotterrare il nostro ego e darsi da fare affinché la Sicilia rifulga in tutto il suo splendore artistico e culturale. Altrimenti l’isola rischia di trasformarsi in una zattera alla deriva”. Dunque lei non è scettica e crede che le vie dell’arte siano infinte e provvidenziali “Certamente. Ed è proprio con questo spirito di rilancio dell’immagine della Sicilia che mi appresto ad affrontare “Norma” nella soggiogante cornice del Temenite, un ruolo musicalmente abbagliante e al contempo latore di un messaggio universale, più che mai attuale: una donna, una madre, sia pure per amore, ha tradito patria e religione, e sta per macchiarsi di figlicidio. Ma si ferma appena in tempo e si autopunisce, facendo giustizia immolando se stessa. E’ ciò di cui abbiamo bisogno oggi: la capacità di guardarci dentro, fermarci in tempo e, se necessario, espiare in prima persona”. - Norma salva la dignità personale e quella del suo popolo. Crede che la cultura salverà la dignità della Sicilia? “Potrebbe e dovrebbe farlo. Bisogna assolutamente puntare sulla cultura, l’arte, lo spettacolo. Ma le condizioni in cui versa l’isola, la gestione sconsiderata delle risorse, dicono che così non è stato fatto. La regione dovrebbe essere meglio collegata, attendiamo il ponte da mezzo secolo. In tutti i campi s’impone un lavoro immenso di impegno e dedizione. Per crescere collettivamente, c’è bisogno di attirare agli eventi importanti, ed in primis a quelli culturali, tutti i ceti sociali. Ed io sono ben felice di mettere al servizio della causa la mia popolarità, acquisita anche grazie alle mie apparizioni televisive, in particolare nella trasmissione di Paolo Limiti. Mi piace essere vicino alla gente e mi piace che mi chiamino la “Raffaella Carrà della lirica”. So di essere garanzia di richiamo per il pubblico e ciò mi consente di diffondere il mio credo artistico e spirituale nella musica e nei valori che incarna. Al fianco di Enrico Castiglione, in Sicilia, ho potuto mettere in atto questo progetto: il nostro è un patto d’onore per la cultura di cui sono fiera”. Un patto che prosegue con “Norma”. Il pubblico di Siracusa avrà anche un Pollione possente come la vocalità del tenore Piero Giuliacci, un’affascinante Agalgisa in Alessandra Damato e un nobile basso come José Antonio Garcianel ruolo di Oroveso; sul podio un direttore d’orchestra ventenne ma già pluripremiato, Jacopo Sipari di Pascasseroli; i costumi sono di Sonia Cammarata, straordinario talento che da anni forma con Enrico Castiglione una coppia teatrale acclamata in tutto il mondo. Ma torniamo alla nostra bellissima antidiva - Non solo lei debutta nel ruolo, ma sarà la prima Norma ad affrontare il palco del Teatro Greco. Come sarà la sua sacerdotessa? “Sul piano musicale e vocale, Bellini alterna fiorettature melismatiche che fanno svettare la voce a melodie lente, giocate sull’esasperazione dei fiati. Di ciò era ben consapevole la Callas, il cui approccio al personaggio rimane, lo sappiamo, di una profondità assoluta. E su questo primato rifletto ora che affronto per la prima volta Norma: io allieva della Tebaldi, sempre carissima e presente nei miei pensieri. E alla mia maestra dedico il mio debutto nel ruolo che fu della sua rivale: lei sa da lassù che nessuna è seconda nel cuore di chi la ama”. Chiara Taigi è visibilmente commossa, e perfino più bella. È facile immaginare la classe con cui saprà indossare gli stupendi costumi di Norma creati da Sonia Cammarata. - Lei è molto sexy ma anche profondamente religiosa e, appunto, spirituale “Le pare che le due cose siano in contraddizione? Non mi vedo particolarmente glamour, ma in ogni caso le nostre qualità, se ne abbiamo, sono un dono del Creatore ed abbiamo il dovere di farle fruttare come i talenti della parabola. Lo penso sempre, non soltanto quando canto davanti al Papa in Vaticano o mi invitano ad esibirmi per sostenere nobili cause. Sulla scena mi piace trasformarmi di ruolo in ruolo, ora appassionata e fragile come Mimì, ora altera e ieratica come Norma, così solenne, inflessibile, ma umana, commovente, grandissima. La canterò per il meraviglioso pubblico siciliano e per i tantissimi turisti che stanno prenotando da tutto il mondo. Ho un solo messaggio per tutti loro: Vi aspetto!” Chiara Taigi deve raggiungere il gate. Ancora un minuto. - Ci parli ancora del suo legame con la Trinacria “Ne sono sedotta e abbagliata. Ho fatto qui le mie prime audizioni a diciannove anni con un grandissimo direttore d’orchestra come Spiros Argiris. E da allora ci son tornata sempre, catturata dal profumo della zagara e da profonde amicizie: tra i miei ricordi più forti, l’aver cantato ai funerali del mio caro amico e maestro Lamberto Puggelli. Mi sento parte della Sicilia, ne condivido i problemi e ho stima per l’altissima qualità della sua gente che merita onestà e dedizione. Lo ribadisco non permettiamo che l’isola diventi una zattera.”


Catania Teatro Bellini, lavoratore tenta di darsi fuoco. Si  cosparge di benzina, salvato da colleghi. La situazione attuale al teatro Massimo Bellini della città di Catania è al limite,  incandescente e non proprio in senso figurato.  Le  maestranze hanno oggi deciso di spostare dal tetto al palco del teatro la loro occupazione, per protestare contro il mancato rinnovo dei contratti.L'amministrazione comunale questo pomeriggio, ha fatto sapere  che alcuni lavoratori già da domani avrebbero potuto tornare in servizio,  seppure per un breve periodo, sommandosi a quelli che sono tornati pochi giorni fa  in attività. La situazione sembrerebbe risolta dunque, ma non per tutti. quattro lavoratore continuerebbero a restare fermi. Una realtà difficile da accettare. Gli sfortunati, non selezionati per riprendere l’attività, sono andati su tutte le furie ed uno è uscito dal teatro, si è procurato della benzina e se l'è gettata addosso. Il peggio non è accaduto per fortuna perché tutti i colleghi vicini al dipendete esasperato sono subito intervenuti per fermarlo. Il  lavoratore è stato soccorso con l’intervento dell'ambulanza intervenuta subito, anche i carabinieri si sono portati sul posto. Antonio Santonocito, responsabile regionale Snalv, Sindacato Autonomo Lavoratori e Vertenze aderente alla Confsal  ha affermato : “Incredibile, solo così si può definire questa vicenda. Non si può arrivare a tanto per un diritto acquisito, perché lo dobbiamo sempre ricordare, si tratta di un diritto acquisito”. Le  maestranze del teatro Massimo Bellini di Catania stanche e deluse avevano da oggi, deciso di lasciare il tetto dell'immobile per occupare il palco del teatro, cercando di mettere in forse anche lo svolgimento della prima di questa sera. I lavoratori, dopo 38 giorni di assedio sul tetto dell'immobile infatti, e nonostante le ripetute promesse di impegno da diversi esponenti della politica locale e regionale,  hanno rilevato che nulla ancora è stato fatto per risolvere la loro problematica.



di Oriana Oliveri

Taormina Tosca: amore e patria in Roma papalina.  Il termine repubblica deriva dal latino res = cosa e publica = pubblica, per cui chi governa  in nome della cosa pubblica, della repubblica  dovrebbe comprende bene d’avere la responsabilità di governare l’interesse dell’intera comunità, di una nazione. Alla prima della Tosca di Puccini, sabato 9 agosto al Teatro Antico di Taormina  in sordina è passato questo messaggio che è di monito alla politica dei nostri giorni. Il coraggio di coloro che si sono battuti per la patria, oggi diremo che operano per la nostra nazione de jure, non va dimenticato, ebbene ricordarlo… La storia descritta da Sardou e ripresa da Giacosa narra della bella Tosca, gelosa del suo Mario che credendosi tradita  cade nel tranello di Scarpia, personaggio realmente esistito in quanto non  capo della polizia papalina, come nell’opera, ma di quella borbonica, il quale vuole prima catturare e condannare a morte Angelotti, fuggito dalle prigioni di Castel Sant’Angelo,  e  dopo lo stesso Mario Cavaradossi. Entrambi i personaggi sono animati dalla stessa fede politica, quella della repubblica romana filofrancese e giacobina. Il cognome  Angelotti utilizzato nella Tosca  ha un’assonanza con il console della Repubblica Romana realmente esistito Liborio Angelucci, chirurgo ed ostetrico, non morto come nella Tosca ma fuggito in Francia in seguito all’arrivo delle truppe borboniche a Roma. La Repubblica Romana nata nel febbraio del 1798 comprendeva parte dei territori dello Stato Pontificio, carpiti a Pio VI  ed occupati ad opera del generale francese Louis-Alexandre Berthier. Questa ebbe fine nel 1798 quando  il 28 novembre fu invasa dall'esercito napoletano di Ferdinando IV  al comando del generale austriaco Karl von Mack appoggiato dalla flotta britannica dell'ammiraglio Nelson. Però  i francesi ribatterono con una controffensiva che vide la ritirata delle truppe di Ferdinando IV e l’ingresso a Napoli nel gennaio del 1799 delle truppe francesi che istituirono ,nella città borbonica,  la Repubblica Napoletana. Roma fu abbandonata dai francesi nel dicembre del 1799 in quanto venne nuovamente occupata dalle truppe napoletane e solo nel 1805 le truppe francesi riconquistarono Roma per riannetterla al  Regno d'Italia di Napoleone,  che la storica Jessie White considera in nuce lo Stato unitario italiano costituitosi poi nel 1861. Ed è proprio alla conquista della seconda campagna napoleonica d’Italia che il dramma pone la sua attenzione, in particolare alla vittoria francese della battaglia di Marengo del 14 giugno del 1800 a conclusione  della seconda campagna d’Italia.  Per  repubblica si intende la naturale evoluzione della monarchia. Se con la monarchia chi governa detiene il potere e lo fa per tutta la vita, nella repubblica la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti fissati dalle leggi vigenti. Le prime repubbliche erano considerate le polis greche, nelle quali i cittadini potevano eleggere o ostracizzare i propri magistrati. La Repubblica, per gli antichi, non era altro che l'interesse per il bene della collettività, per la polis, lo Stato. La Tosca è stata un’altra medaglia da aggiungere al già prezioso medagliere di Enrico Castiglione che ha dichiarato   in un’intervista  “ la Tosca è l’opera della mia vita. È l’opera che mi ha fatto scoprire ed amare la lirica. E’ l'opera che prediligo in assoluto”. Nelle vesti di Tosca una straordinaria  Elena Rossi , applauditissima, come altrettanto  magnifico Francesco Landolfi,  Scarpia. Il sagrestano, Giovanni di Mare, ha saputo dare una sua personalissima interpretazione al personaggio che ha molto divertito il pubblico. Giancarlo Monsalve ha interpretato il pittore Cavaradossi. L’opera diretta da Cem Mansur, fondatore e direttore della Turkish National Youth  Orchestra, verrà replicata al teatro romano di Aspendos in Turchia, mentre a Taormina sarà replicata  l’11 e il 13 Agosto. La Turkish National Youth  Orchestra, fondata dallo stesso Cem Mansur  è il primo progetto nel suo genere in Turchia , ed è formata da 100 tra i migliori giovani musicisti tra i 16 e i 22 anni. L’orchestra attraverso il progetto La Musica Che Unisce ha anche collaborato con i giovani musicisti armeni formando la Turkish/Armenian Youth Orchestra , che ha tenuto concerti a Istambul e Berlino. La Tosca è una tra le più complesse opere di Puccini. I colpi di scena, la tensione emotiva , il costrutto musicale, le romanze come Recondita armonia, Vissi d’arte  o Lucevan le stelle, sono note  anche a coloro che non prediligono questo genere di musica. L’espressionismo musicale tedesco trae origine dall’enfasi e dalla drammaticità orchestrale del secondo atto, in cui lo spregevole Scarpia mette a segno il suo ignominioso piano. La tensione emotiva e la drammaticità vengono  messe in risalto dall’orchestra che  intona un andante sostenuto  inteso a caratterizzare ancor più il crudele disegno di Scarpia. Puccini come in una grande tela ad  ogni passaggio musicale  usa il cromatismo appropriato  all’azione e allo stato d’animo dei personaggi. La tessitura, il colore, la tonalità, tutto è legato al momento di gioia intensa, al momento lirico vissuto, al  vulnus del momento drammatico. Dopo aver assistito nel 1890 a Milano alla rappresentazione teatrale del dramma di Sardou, Puccini intuì subito le potenzialità, anche sul piano musicale, del personaggio di Floria Tosca . Tosca è una donna combattiva e sicura, ma  davanti alle sofferenze del suo  Mario come Giuditta per il suo popolo ,cede al suo aguzzino Oloferne, qui Scarpia, Giuditta decapitandolo, Tosca  accoltellandolo. Giustizia contro illegalità .Tosca è anche una donna di grande temperamento e pronta a tutto, arrivando anche ad uccidere e suicidarsi come un’eroina romantica. Il dramma teatrale fu portato in teatro  per la prima volta il 24 novembre 1887  al Théatre  de la Porte-Saint-Martin a Parigi ed ad interpretare Tosca fu  la grande Sarah Bernhardt suggellando  così il successo dell’opera teatrale. L’opera lirica invece  fu rappresentata per la prima volta  al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio del 1900, in un’Italia umbertina che stava ancora  valutando:  gli esiti  dello scandalo della Banca Romana, il quale  aveva evidenziato una forte collusione tra potere economico e potere politico;  l’acquisto della Baia di Assab da cui sarebbe partito in seguito l'avventura coloniale nell'Africa orientale; la  grande esplosione di protesta popolare  in Sicilia dopo il 1890 e che  vedeva migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva l'economia dell'isola,a  battersi per la riforma agraria;e negli ultimi anni del secolo l’ondata di scioperi a cui il governo rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898 a Milano quando  il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che reclamava pane e lavoro. Di lì a pochi mesi del debutto di Tosca ci sarebbe stato  a Monza l'attentato in cui sarebbe morto  re Umberto I  ad opera dall'anarchico Gaetano Bresci, lasciando così l’Italia nelle mani del figlio, Vittorio Emanuele III, che avrebbe portato gli italiani alla Prima Guerra Mondiale  a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia. Absit iniuria verbis. Oriana Oliveri 


Siracusa - Prestigio  a Teatro Greco di Siracusa. Ballerini internazionali di 3 scuole di danza classica si sono esibite. Quella dell'Opera di Parigi con Alessio Carbone, primo ballerino all'Opéra di Parigi, e Lèonor Baulac, la Wiener Staatsoper con Maria Yakovleva e Richard Szabo, l'Hamburg Ballet con Silvia Azzoni e Sasha Ryabko. I ballerini hanno eseguito coreografie realizzate   da maestri che hanno scritto la storia del balletto  classico. Il  leggendario Marius Petipa ,maestro di danza francese e poi maestro  del Balletto Imperiale di San Pietroburgo, il rivoluzionario Maurice Bejart fondatore nel 1922  a Losanna della  Scuola - atelier Rudra, , una delle scuole più prestigiose in Europa, John Neumeier il quale entrando nel  1973 alla direzione  dell'Hamburg Ballet  l’ha  diversificata  da tutte le altre grandi compagnie  europee,  sino a  Benjamin Millepied ballerino e coreografo di fama internazionale e direttore del ballo all'Opera di Parigi. Alessio Carbone con Lèonor Baulac si sono esibiti prima in Tre Preludi sulle coreografie di Ben Stevenson e musica di Sergei Rachmaninov, dopo nel pas de deux del  Daphnis e Chloè, nella rilettura coreografica di Benjamin Millepied e sulle note di Maurice Ravel. I due ballerini hanno creato un’ emozionale  empatia con  il pubblico ,appassionandolo grazie ad un repertorio che ha messo in luce la versatilità, l’eccezionale tecnica e le personalità uniche dei due ballerini. Il Ballet de l’Opéra National de Paris affonda infatti le sue radici in più di tre secoli di storia e si è sempre affermato come una compagnia di repertorio e non come lo strumento di un solo coreografo. Ma è stato toccato l’apice  quando Alessio Carbone si è esibito  in  Arepo, una vigorosa coreografia di Maurice Bejart sulla musica di Hugues Le Barsi. Alessio Carbone, di origini siciliane, è figlio d’arte, infatti  il padre è il pluripremiato danzatore e coreografo messinese Giuseppe Carbone, a lungo direttore del Corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano.La bravura dei danzatori e la loro estrema precisione in ogni passo, nel volteggio, nel salto e presa ha dimostrato al pubblico quanto la fama di questa scuola sia davvero intramontabile. Per la  WienerStaatsoper sul palco hanno danzato Maria Yakovleva e Richard Szabo che hanno scelto come primo pezzo il pas de deux del”L’uccello azzurro”, notissima variazione tratta dal balletto La bella addormentata, ma riletta nella coreografia di Rudolph Nureyev, che per lunghi anni è stato direttore della compagnia parigina, che ne ha raccolto e perpetua la preziosa eredità. Il sommo danzatore russo infatti ha lasciato una sua rigorosa eppur innovativa ricostruzione del balletto musicato da Cajkovskij come  di altri balletti classici. Nureyev ha danzato anche a Siracusa ed è stato  ricordato dalla città a nove anni dalla sua morte in una mostra monografica inaugurata nella città aretusea nel 2011. Maria Yakovleva e Richard Szabo hanno eseguito anche un altro celeberrimo passo a due, tratto dal balletto “il lago dei cigni “ ovvero “La morte del cigno”, cavallo di battaglia delle più grandi ballerine, con coreografia di Marius Petipa sulle   musiche di Èajkovskij. Travolgente il Piazzolla di Libertango. E’ stato tradotto in un sensuale pas de deux . I ballerini hanno danzato  con movimenti fluidi ed estremamente intimi, trasmettendo  le loro emozioni sul palco, muovendosi al suo interno e colloquiando con i propri corpi, l’un con l’altra . Dotati di una solida compostezza tecnica  e  di espressività sensazionale, sono riusciti a danzare coinvolgendo  il pubblico e  trasmettendo a ogni spettatore ogni più piccolo movimento del loro corpo. Infine, la coppia Silvia Azzoni e Sasha Ryabko hanno rappresentato il meglio del repertorio espresso dall’Hamburg Ballet, attraverso il suo direttore più carismatico, il coreografo John Neumeier. Un  pas de deux nella coreografia della Terza Sinfonia di Gustav Mahler. Con rond de jambe en l'air, fouettés en tournant,  grand jeté, pirouette, tutti i ballerini hanno strappato al pubblico lunghi applausi e bravi meritatissimi. Ognuno è stato diverso per caratteristiche tecniche ed espressive, ognuno capace di trasmettere al pubblico sentimenti profondi che spaziano dalla spensierata allegria, all’angoscia fino alla più intima sensualità. Delicata ed elegante, Silvia Azzoni, ha danzato sulle punte con una grazia fuori dal comune. Tra gli uomini, degne di nota   l’agilità di Alessio Carbone  e la forza fisica ed espressiva Richard Szabo. La danza ha conquistato con il suo linguaggio antico ed universale. Fra i tanti linguaggi, in forma diretta o indiretta, che l'uomo  utilizza per esprimersi e per comunicare, la danza e la musica occupano insieme alla pittura un posto di fondamentale importanza. Giovanni Calendoli nella Storia universale della danza,ritiene che la storia della danza è la storia del linguaggio del corpo e dell'impiego che l'uomo ne ha fatto nelle varie epoche, assegnandogli di volta in volta funzioni e collocazioni diverse nella struttura sociale. I movimenti del corpo, quando sono finalizzati ad esprimere contenuti, rappresentano un codice importante per la comprensione del retroterra culturale e spirituale che li sottende. La danza accompagna l’uomo sin dalla sua nascita e costituiscono il suo primordiale linguaggio per comunicare e testimoniare il suo sentire più profondo. I graffiti di Monte Pellegrino sono esempi di danze propiziatorie eseguite dall’uomo nel periodo del paleolitico superiore . Lo strumento della danza è il corpo umano, dunque esso presuppone la centralità del corpo come elemento caratterizzante del linguaggio coreutico. Oltre al concetto di danza classica come possiamo intenderlo  noi occidentali  basti ricordare il concetto di danza nel teatro del  Nô o ancora alle movenze della ballerina nipponica  Saburo Teshigawar la cui  qualità di movimento è caratterizzata da una straordinaria capacità di modificare lo stato della materia del proprio corpo,un esempio ne è Obsession, passando da momenti di estatica sospensione, che dilatano il tempo e portano dentro di sé l'essenza del Giappone, per poi passare ad una sorprendente rapidità, grazie ad un corpo capace di accelerazioni stupefacenti, capace di struggersi, sospendersi, sollevarsi e diventare quasi evanescente, per poi vibrare, disegnare traiettorie di luce, sussultare sprizzante di energia vitale, leggero come un colibrì ma forte, tenace e intenso, con la stessa antica saggezza degli alberi secolari. Per i Greci la danza costituiva una delle attività più importanti per l’armonioso sviluppo dell’individuo e per la coesione dell’intera società. Per essi il danzare comprendeva molti diversi tipi di attività basate su movimenti ritmicamente ordinati: l’addestramento militare, la lotta, la ginnastica, il gioco ritmico con la palla , i giochi infantili, le processioni, la recitazione gestuale dell’attore, i movimenti o nei  gesti compiuti nei riti. L’iconografia , la mostra le baccanti impegnate nella danza con l’abbigliamento in disordine. La Menade danzante di Skopas eseguita tra il 335 e il 330 a.c. , nella copia romana di Dresda , è stata eseguita con  la testa e le braccia rovesciate all’indietro, la schiena e il busto flessi e in torsione, i capelli scarmigliati. In  alcuni vasi invece queste vengono descritte  con mani che impugnano sonagli, le gambe divaricate, oppure accucciate a terra con una gamba protesa in avanti. Molti filosofi dell’antica Grecia si sono interessati alla danza: Platone parla della danza nelle Leggi e ne “la Repubblica” (IV sec. a.C.) e ritiene che la danza abbia origine dal desiderio spontaneo del corpo dei giovani di muoversi. Questo istinto è tipico anche degli animali, ma solo nell’uomo assume una forma ordinata e consapevole, grazie al ritmo e all’armonia. A Roma nacque la “pantomima”: un solo attore-danzatore mimava una vicenda ricavata dai temi della tragedia greca; tramite la recitazione gestuale. Ben presto tale ballo degenerò, divenendo sempre più volgare e deliberatamente erotico. Contro i danzatori e pantomimi si scagliò ben presto la Chiesa cristiana; nonostante tutto, la danza, la musica, la pantomima proseguirono il loro, anche se lento, cammino. A partire dal III-IV sec. d.C. la Chiesa, alla ricerca di una maggiore autorità e nel tentativo di arginare la pluralità dei culti e di riti che si erano sviluppati nell’ambito della comunità cristiane, cominciò a considerare inadatta la presenza della danza nei luoghi sacri. Ciò non significa che durante il Medioevo non si ballasse, o che la danza non rivestisse un ruolo e una funzione rilevante . Ma è nel Rinascimento che in Italia, dai balli di corte nasce la danza classica. Il genere venne ripreso dalle corti francesi, che lo svilupparono e lo portarono alla massima espressione durante il XVII-XVIII secolo. Fu in questo periodo che lavorò il coreografo Beuchamp, considerato il creatore delle posizioni classiche. All'inizio tutti i danzatori erano uomini; la prima donna a ballare salì sul palcoscenico nel 1681. I danzatori del XVIII secolo erano coperti da maschere, indossavano grosse parrucche e scarpe col tacco; le donne, gonne larghe e lunghe con stretti corpetti. Verso la fine del '700 si iniziò ad andare sulle punte e nel 1828 vennero inserite nei balletti le prese. Nel 1952 le grandi compagnie russe cominciarono ad esibirsi in Occidente: l'intenso spirito drammatico e il grande virtuosismo tecnico, ebbero un fortissimo impatto sul pubblico. Ma è a partire dagli anni '60 che molti balletti classici cominciarono ad essere accompagnati da musica Jazz o Rock 'n Roll. Questa trasformazione diede 'impulso allo sviluppo della danza moderna.  Oriana Oliveri


SiracusaAida  illumina Teatro Greco SR: tra papiri Anapo di scena Egitto. Come un lucente streptòs , adagiato al collo di una dèsfoina greca  , così  la scenografia di Aida si adagia luminosa di ori e smalti nello spazio dell'orchestra dell'antico teatro di Siracusa. Cornice suggestiva per un'opera che lo stesso Verdi dal ritorno di una crociera sul Nilo deputò quale topos ideale per la sua opera. La prima dell'Aida  nell'antico Teatro Greco di Siracusa ha ammaliato tutti gli spettatori, venuti numerosissimi da ogni  luogo, grazie alle campagne pubblicitarie ma anche ai vettori che si sono impegnati con campagne promozionali a sottolineare l'importanza dell'evento. Lo aveva sottolineato  lo stesso  il sindaco di Siracusa, Giancarlo Garrozzo, che nella conferenza stampa tenutasi giovedì 10 luglio a Palazzo Vermexio, ha  affermato che “questa per Siracusa è l'occasione di una vetrina internazionale, con un programma di spettacoli lirici , di danza e di musica ad altissimo livello”. Ma ciò che rende Aida un evento unico è  il non aver attinto a fondi  pubblici e l'aver scommesso sul coinvolgimento e la volontà di investimenti privati. La Fondazione dell'Euro Festival del  Mediterraneo si è avvalsa della collaborazione dell'Inda,del Teatro Massimo Bellini di Catania, del Coro Lirico Siciliano, istruito da Francesco Costa una delle migliori realtà liriche italiane e della Sicilia e della rinomata orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta per l'occasione dal maestro Gianluca Martinenghi. Non è stato facile mettere in moto 7 tir di 12 metri ciascuno , dirigere 250 comparse, sovrintendere all'immenso apparato che ruotava attorno alla manifestazione,  coordinare la ricettività alberghiera. Sono state coinvolte  linee di pullman turistici  pronte a dirottare le loro destinazioni su Siracusa ed organizzato 10 bus navetta  che da Catania trasportassero verso Siracusa gli amanti del bel canto. Anche le linee aeree hanno corroborato l'iniziativa con  voli aerei facenti tappa a Catania e a Palermo, in primo luogo Air One , la quale con campagne promozionali ha sponsorizzato  l'evento anche con sconti sui ticket d'ingresso e poi c'è stata la collaborazione attiva degli  albergatori della città aretusea. Se c'era da fare l'impossibile , lo si è fatto. Ciò  ha portato ad un incremento turistico che ha visto anche gli alberghi a 4 e 5 stelle lavorare a pieno ritmo. Ma ancora più interessante è stata quella sinergia che si è venuta a creare tra il teatro antico di Taormina e quello di Siracusa , attuando all'interno del Festival del Mediterraneo un continuum tra la collaudata stagione teatrale taorminese e la nuova stagione siracusana, a prosieguo del fortunato ciclo delle rappresentazioni classiche dell'istituto del dramma antico. L'operazione non è da poco, anzi tutt'altro , la vera sfida è quella di inserire Siracusa nei maggiori circuiti mondiali dei festival internazionali . Il fautore di tutto ciò è il regista Enrico Castiglione , artista, scenografo di fama internazionale , una sorta di re Mida , come viene soprannominato dagli addetti ai lavori,direttore di importanti teatri nonché del prestigioso Festival del Mediterraneo. La sua straordinaria e irrefrenabile attività  coglie di sorpresa quando in uno scoop dal  vivo ci annuncia che per il prossimo anno ed esattamente  sabato 11 luglio 2015  a Siracusa debutterà  la Turandot di Puccini , con già la prevendita dei biglietti nei box office online. Aida ci ha stupiti , in una tiepida  notte, rischiarata dalla luna piena , non lontana dalle verdi acque del fiume Ciane (κυανός,  "verde-azzurro" ) con  nilotici papiri… L'eroina, una tra le più importanti nel panorama verdiano,con  Violetta , come nei quadri di Hayez e nella migliore tradizione della pittura romantica italiana , diviene la  protagonista del Risorgimento tormentata e divisa tra ragion di stato e  l'essenza  del suo essere  donna. Patria , amore, gelosia , ecco gli ingredienti della musica verdiana. Aida combattuta tra l'amore per Radames, capo dell'esercito egiziano, il quale sottometterà l'Etiopia  all'Egitto e i doveri verso la sua patria, l'Etiopia. La vicenda ,trascritta su libretto da Antonio Ghislanzoni, fu ideata dall’egittologo francese Auguste Mariette, dipendente del Kedivé (vicerè) d’Egitto, Ismail Pascià. Verdi musicò l'Aida , quale incarico  per l'inaugurazione  del nuovo Teatro dell'Opera del Cairo nel 1870, ma l'opera non venne eseguita a causa della guerra franco-prussiana, che vincolava  i costumi e le scene a Parigi. Pertanto il  teatro del Cairo venne inaugurato con un 'altra opera di Verdi, il Rigoletto. Successivamente nel 1871, l'Aida fu rappresentata nel grande teatro del Cairo con un successo trionfale. Lo spettacolo nel teatro greco si accende quando intonano le note della marcia trionfale dell'Aida . La scenografia ma soprattutto i costumi curatissimi anche attraverso una ricerca storica, illuminano con l'oro e la vivacità dei colori del blu,del rosso e del verde la scena ,divisa in più piani, tra statue , obelischi, sacerdoti e danzatrici. La luce diventa l'elemento protagonista nel teatro. Prima è fioca, poi sembra esplodere come un fuoco d'artificio nella profusione dell'oro , riportandoci allo splendore di una terra, l'Egitto, solo immaginata nei pensieri e poi ad un tratto materializzatasi sotto i nostri occhi. Il tutto conferiva  all'insieme un valore emozionale , ritrovabile nelle pitture delle tombe dell'antico Egitto, nelle maschere funerarie o nella pittura dei riti sacri. Le voci di  Radames, Marcello Giordani, di Aida, Othalie Graham e di Amonasro , Francesco Landolfi sono da brivido e hanno trasportano l'intera platea . La coreografia del corpo di ballo è stata impeccabile nelle movenze e nei ritmi interpretativi, il Coro Lirico Siciliano ha forgiato un ulteriore elemento di ornamento vocale creando un inestimabile gioiello coreutico, molto vicino alle teorie di Rudolf  Laban. L''orchestra del  Teatro Massimo Bellini di Catania ha saputo far fronte alle non semplici complicazioni logistiche . Un appunto da fare è il disturbo recato dai ritardatari che ad inizio spettacolo o tra le pause,con passo lesto producevano un forte rumore di tacchi sulle passerelle in legno. Questo infastidiva e rovinava l'atmosfera che l'opera lirica aveva creato. Aida viene rappresentata in un momento delicato nel panorama  del conflitto medio orientale. Le parole di Amneris sul sepolcro dei sepolti vivi ovvero di Radames e Aida ,sembrano essere profetiche per un'umanità che chiede solo come intonava la stessa “Amore Amore Amore”, che qui proclameremo con il significato universale di amore  tra i popoli con le  loro diversità etiche, politiche e religiose... Ormai arabi ed ebrei sono  in guerra da più di sessant'anni. Papa Francesco organizzò l' 8 giugno scorso un incontro di preghiera tra il Presidente israeliano, Shimon Perez, e il Presidente palestinese, Abu Mazen. In questa occasione Perez fece un accorato appello affermando che: "Due popoli, gli israeliani e i palestinesi, desiderano ancora ardentemente la pace."  Per questa ragione dal teatro Greco di Siracusa , dall'antica capitale della Magna Grecia , a testimonianza dell'antico splendore quale sede di cultura, bellezza e sapere del mondo classico , si eleva un grido di pace e fratellanza tra tutti i popoli del Mediterraneo, tanto forte quanto  Guernica ! Oriana Oliveri 


Catania Attori e detenuti al Musco.

E’ tempo ….. è tempo di vento, di ricordi. Del vento di tramontana, del vento che spezza,  del vento che ti taglia veloce il viso, del vento del rinnovamento. E’ difficile per i reclusi del “ U Casteddu di Santa Caterina” fermare il tempo . La scenografia come un labirinto emotivo traccia i sentieri attraverso cui si muovono i detenuti e ciò che succede dentro le celle o fuori da esse  viene celato  con discrezione da grandi pannelli  attraverso cui lo spettatore immagina… sembrano quadri di  Pollock, sospesi. Ne è un esempio la scena del detenuto ucciso e fatto trovare impiccato nella cella . Dal pubblico ne vediamo penzolare solo i piedi, l’altro, il resto è taciuto dal grande pannello, solo una parte la meno cruenta , la meno efferata c’e’ dato da vedere.  E dietro esso inizia la processione dei compagni che come in una trenodia dopo avergli tolto il domestico capestro, lo portano a spalla come un pescespada dopo la  mattanza, tanto da riportare alla mente l’inizio della bellissima canzone di D. Modugno “Lu pisci spada”. Tra i lamenti dei compagni, la voce e l’interpretazione eccezionale di  Mario Incudine inizia una ballata,“ Pigghialu,  piggghialu, comu u piscispada, mossi n’autru amicu …di iochi e spassi. Chianciti tutti, li liuna e li ursi”. La storia tratta dal libro di Carmerlo Sardo “Vento di tramontana”  e portata sulla scena da Federico Magnano San Lio , grazie all’adattamento di Gaetano Savatteri, racconta di un  il giovane agente di polizia carceraria, il quale ha scelto come luogo per il servizio di leva il penitenziario dell’isola di Favonio ,strana e logica assonanza con Favignana, una volta Castel San Giacomo, che con Decreto Interministeriale del 4 maggio 1977, entrava a far parte, insieme a Cuneo, Fossombrone, Asinara e Trani, di “Carceri Speciali” . Lo stato di carcere speciale gli venne conferito grazie all’incarico assegnato  al Generale  Carlo Alberto Della Chiesa per il coordinamento e la sicurezza interna ed esterna degli istituti penitenziari. I nove mesi da trascorrere a Favonio, quasi il tempo di un parto, presso il carcere di massima sicurezza , non saranno facili per il giovane poliziotto e le fughe repentine per raggiungere la sua ragazza con l’aliscafo saranno sostituite man mano che si avvicina la fine del servizio di leva, a soste più lunghe in quella scuola speciale di vita la quale lo porterà  a riflettere quei  valori morali e civili  a cui ogni uomo è chiamato. Ed ha proprio ragione il boss-filosofo ,come lo chiamano lì dentro ,a dire che al Castello lui ha imparato tante cose , perchè “il Castello è come un’università…”. Il pubblico ascolta , ma  non è un monologo ,è  un dialogo…Qui nel carcere le regole non sono fragili e  inconsistenti  interpretazioni , e no! Le regole il rispetto hanno un loro inequivocabile , preciso , chiaro valore. Mille erano le domande che in modo naturale , istintivo volevamo fare agli attori , soprattutto ai reclusi dell'Istituto Penitenziario di Giarre che, grazie al dr. Calogero Piscitello, Direttore Generale Detenuti,al dott. Aldo Tiralongo, direttore della Casa Circondariale di Giarre, al dott.  Gianluca Creazzo, Magistrato di Sorveglianza di Catania, alla dott.ssa  Maria Rita Leotta e allo staff dell'Area educativa della Polizia Penitenziaria di Giarre e dell’UEPE di Catania, hanno avuto l’occasione di partecipare a questa esperienza teatrale, la quale  investe con un atto perentorio quella parte della società che  vuole dare  fiducia e la possibilità di un riscatto morale anche a coloro che coscientemente sanno di aver sbagliato. Ma cosa sogna un detenuto? Semplice , la sua terra, la casa, la famiglia, il passato , indumenti femminili… C’è una bellissima canzone di Lucio Dalla , “ La casa in riva al mare “, la quale parla di un carcerato che dalla sua cella sogna  la propria vita libero con la  donna che vede attraverso le sbarre della piccola finestra, e che un giorno  immagina anche di sposare. “Dalla sua cella lui vedeva solo il mare, ed una casa bianca in mezzo al blu ,una donna si affacciava.... Maria. E' il nome che le dava lui .Alla mattina lei apriva la finestra E lui pensava quella e' casa mia. Tu sarai la mia compagna Maria .Una speranza e una follia “ E  le  donne degli  ergastolani , dei condannati a  “fine pena mai”,  perché riescono ad  amare e ad essere fedeli  ai propri uomini? E’ semplice la risposta e allo stesso tempo ci stordisce , ci disorienta . Ce la da Angela , la  moglie  del vecchio boss Carmelo Sferlazza,” Significa amore ,amore soltanto“.  Disarmante perché fuori quanti sarebbero disposti ad amare così,quanti sarebbero disposti a resistere  a quegli  ” abbracci vuoti, senza calore… “  sognati nel letto vuoto. Allora “meglio la morte , un sarcofago , un fosso”  chiude forte Angela. E l’amore nei bagni? Nelle celle? Il boss Sferlazza risponde “ queste sono cose da dimenticare , sono cose per uomini da niente “. Però un’altra riflessione il boss Sferlazza ci suggerisce “ ma in quale legge c’è scritto che non posso avere un figlio, cosa devo fare dell’amore?” Si deve scordare , resta solo il carcere che come una medicina , cattiva o buona ti cura e ti ammazza allo steso tempo…Si il tempo, il valore del tempo. Lo conoscono bene i reclusi e lo segnano con la  cadenza delle lunghe catene di sentenze , di promesse, dal rumore che queste producono trascinate per i lunghi e bui corridoi dei ricordi , dei desideri e delle nostalgie. Si è difficile decidere per chi è seduto in poltrona. Nessuno si sente come Salomone . E poi ti accorgi come è difficile definire il limite tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il superiore del giovane militare, ormai da tanti anni in servizio a Favonio, diverrà il suo mentore e  lo inizierà ai misteri , alle  regole,alle leggi che disciplinano quel piccolo stato. Suggerisce nei momenti di incertezza  l’eroina del libro che sta leggendo sull’isola del Castello : Antigone. Trasgredire ma non tradire  le leggi dello stato, per seguire “altra” legge quella  morale,quella  individuale. L’occasione per  questo strano modo di trasgredire diciamo secondo “altra”  legge gli verrà dato quando Il vecchio  boss Sferlazza , condannato all’ergastolo, come tutti del resto i detenuti del Castello,gli chiederà di essere suo complice di un piano,ma non delittuoso. Infatti  Sferlazza , durante la detenzione ha studiato il giovane poliziotto e ha capito che di lui può fidarsi. Gli chiede di essere suo complice,  ovvero di poter avere durante l’ora di colloquio , la possibilità di unirsi alla moglie , Angela.  Angela dopo nove mesi partorirà il suo bambino ,grazie alla complicità del giovane poliziotto, mentre il vecchio boss tra faide e nuove  alleanze verrà ucciso all’interno del penitenziario. La cinematografia più volte si è occupata della dura situazione carceraria . Ricordiamo Brubaker di Stuart Rosenberg del 1980 con Robert  Redford , In nome del padre del 1974, Non voglio morire (I Want to Live!) di Robert Wise del 1958 con Susan Hayward premio Oscar come migliore attrice protagonista nel 1959 , Il Castello (The Castle) di Rod Lurie del 2001 o per finire , ma ce ne stanno tantissimi , Tutta Colpa di Giuda,commedia con musica di Davide Ferrario  del 2009. Mimmo Mignemi, David Coco, Mario Incudine Luca Iacono, Marina La Placa Gianluca Belfiore, Erminio Caruso Davide Intravaia, Giuseppe Manuli Guglielmo Quattrocchi, Salvatore Rapisarda sono stati i protagonisti che hanno visto ancora una volta il Teatro Stabile di Catania sottolineare la sua funzione sociale, quale tòpos di rappresentazione della comunità la quale agisce attraverso il dialogo. Il teatro come contemporanea  Agorà , luogo di  raduno e di raccolta di opinioni,il teatro luogo  dove  decidere e prendere una e una sola posizione . Oriana Oliveri


Catania Pagliacci: Cavalleria rusticana di Mascagni al Bellini. Hanno ammazzato compare Turiddu!” . Forte incisivo tagliente ,come il gesto sulla tela di   Ernest   Ludwig  Kirchner , il grido  squarcia la scena e ne chiude  il sipario. E’ l’atto finale di “Cavalleria Rusticana”. E’  la frase che  per   antonomasia  rappresenta  l’opera dell’appena ventiseienne Pietro Mascagni , tratta dall’ omonima novella  di Giovanni Verga dalla  raccolta “ Vita dei Campi “ . Alla prima dell’opera, il 2 maggio, Il coro del teatro Bellini è stato superbo nella sua interpretazione. Ha fatto rivivere al pubblico l’emozione bucolica dei nostri paesaggi. E’ stato il tocco di colore che ha vocalmente descritto sia la gioia  che la profonda religiosità delle nostre tradizioni, ma anche la tragedia. “ Il cavallo scalpita i sonagli squillano schiocchi la frusta …” intona   Hayato Kamitie , Alfio , eccezionale interprete. Per risposta il coro del Bellini con un’euforica e  travolgente performance intona  “ oh che bel mastiere fare il carrettiere  andar di qua e di là”   ed ancora con le stesse parole di Turiddu , Richard Bauer,il coro trionfa  nel celeberrimo “ Viva il vino spumeggiante, nel bicchiere scintillante, come il riso dell’amante; mito infonde il giubilo!” . Il regista ,Luca Verdone ,  malgrado gli effetti della crisi e i tagli al teatro, ha saputo dare qualità  e giusto peso al ruolo primario  della musica , ma anche  alla voce e  all’emozione che è arrivava al pubblico diretta, il quale  l’ha palesato nel lungo e sonoro applauso dedicato a tutti gli attori . Il dramma dell’amore , della gelosia,  del tradimento  trovano la loro giusta collocazione sulla scena,  anche nella seconda parte con l’ opera i   ” Pagliacci “  di Ruggero Leoncavallo. Se Santuzza , Dimitra Theodossiou , presa dal rancore della gelosia nei confronti di Lola, Sabina Beani,  confessa in “Cavalleria Rusticana”  al  marito di quest’ultima, Alfio, “ Turiddu mi tolse l’onore e vostra moglie lui rapiva a me!”  , Tonio , nei “  Pagliacci” ,  deriso  da Nedda,  confessa al marito,Canio, il tradimento di Nedda con Silvio, suggerendogli   “cammina adagio e li sorprenderai!” . L’eterno dramma lui, lei e …l’altro o l’altra.  Le due opere sono ambientate entrambe   al sud e fu lo stesso Mascagni nel 1926,  al teatro della Scala di Milano, a decidere di  rappresentarle  entrambe nella stessa serata, però  sostituendo   “Zanetto “ , una sua opera,  con  i “Pagliacci ” di Leoncavallo. Il Verga colloca la storia a Vizzini,dove ancora si possono ammirare i luoghi della “Cavalleria Rusticana”. In via Volta  la casa di Santuzza e di Lola , in via Tetrarca la casa di Turiddu,nella piazzetta Santa Teresa la chiesetta e l’Osteria della “ ‘gna Nunzia “ , mamma Lucia nell’opera di Mascagni, e fuori dal centro abitato , il luogo dello storico duello,  “ ‘A Cunzeria “ , la conceria,bellissimo esempio di archeologia industriale dove la presenza del sommacco e del  fiume  palesano il  luogo una volta  deputato alla lavorazione del pellame . Per i “Pagliacci “ invece  Ruggero Leoncavallo si ispira ad un delitto  realmente accaduto in un paesino della Calabria ,Montalto Uffugo ,quando il padre del compositore , magistrato,istruì un processo per uxoricidio. Ancora oggi nella cittadina in provincia di Cosenza si tiene ogni anno il festival in onore del maestro napoletano. L’opera inizia con un prologo in cui Tonio, il deforme , il deriso,  mette in guardia  il pubblico ricordando che “le lacrime che noi versiam son false! Degli spasimi e de’ nostri martir non allarmatevi! “. E’  un modo di raccontare il  teatro nel   teatro. Jacques in “ Come vi piace”  pronuncia la famosa frase “ All the worl’d  a stage “ , tutto il mondo è un palcoscenico. Il dramma va in scena e ciò che si prospetta non è solo la storia di Colombina, Nedda, e del pagliaccio, Canio, ma il dramma dell’attore e del suo strano mestere , ovvero, in questo caso, il mestiere di colui che  vestiti gli abiti da pagliaccio , infarina il volto,lo splasma per indossare   la maschera del personaggio di turno e dunque   fingere. Infatti non a caso il termine fingere deriva dal verbo latino  fingere che significa plasmare. L’essenza di ciò è nella celebre  aria (resa famosa dall‘interpretazione di  Caruso ,che nel 1904 quando  fu inciso il primo disco , anche se per grammofoni,superò  più di un milione di copie vendute )“ Vesti la giubba …perché la gente paga e rider vuole qua!E se Arlecchino t’ invola Colombina, ridi , Pagliaccio… e ognun applaudirà!”. L’opera aveva come titolo originale “ Il Pagliaccio” . Quando andò in scena per la prima volta   Victor  Maurel , artista dal carattere fiero e puntiglioso,  non gradì che nel  titolo si sottolineasse  solamente la figura del pagliaccio tenore, penalizzando in questo modo quella del  pagliaccio baritono, interpreta dallo stesso. Pertanto avendo minacciato di non cantare , l’editore pensò bene di cambiare  il titolo da “Il Pagliaccio “ in  “Pagliacci” accontentando anche il riottoso baritono. Finzione e realtà diventano un tutt’uno. Canio sotto le spoglie del costume di scena , quello del pagliaccio chiede a Colombina , sua moglie Nedda,  il nome dell’amante, strattonandola  e minacciandola con un coltello nel pieno della scena . Il pubblico seduto attorno al teatrino di paese  applaude, prima non capisce , poi , poi è troppo tardi , quando Canio in preda all’ira grida alla sventurata di confessare tra gli spasmi  il nome del suo amante  . La folla adesso inorridita grida “Che fai?Ferma ! Ferma!”  Ma è  quel  “ferma”  che invano gridiamo quando muti, soli , sentiamo attraverso le pareti domestiche le violenze perpetrate a madri ,a mogli e a figlie… Ferma, ferma…Ma è troppo tardi , troppo tardi per indifferenza , perché lasciamo stare, perché è più comodo far finta di non sentire…  Silvio accorre in soccorso di Nedda ,ma viene accoltellato . Tutto è compiuto  hic et nunc, ora e adesso. E’ il tempo  della tragedia , quello del teatro che mima il tempo della realtà alternativa. Per Eschilo la tragedia è il rapporto tra l’umanità e il divino, per Sofocle la tragedia è l’infelicità degli uomini che non sanno accontentarsi, mentre in Euripide la tragedia ha come elemento propulsore le passioni , i sentimenti,l’ irrazionalità. E qui il sentimento della  gelosia ha l’aspetto della passione più abietta . La tragedia dei “Pagliacci"   al pari di quella greca ,ha seguito lo stesso schema rigido:  il prologo, il discorso preliminare di Tonio, la parodos, il canto del pubblico, il coro festoso, desideroso di vedere lo spettacolo,  le pàrodoi,  l’azione scenica  che l’ha trasformata in tragedia , ed infine l’esodo , l’atto compiuto . Vinto sopraffatto dalla violenza brutale, Canio rappresenta la negazione dei due fondamentali presupposti che per Aristoltele sono la dianoetica ovvero l’esercizio della ragione e la virtù morale che consiste nel dominio della ragione sugli istinti. Adesso   tutto è compiuto , che cali il sipario e  a Tonio, a Tonio   non resta altro che dire “la commedia è finita”…Oriana Oliveri


Catania –  Invenzione comico in opera romantica: Don Pasquale a Teatro Bellini.  Gustoso e travolgente lo spettacolo del “ Don Pasquale” al teatro Massimo Bellini di Catania.  Il sipario si apre, come nella migliore tradizione della pittura  hogarthiana , Matrimonio alla moda, tra  la complessa rappresentazione di corpi spazi e posture, sulla  tragica e buffa figura di Don Pasquale, Simone Alaimo, basso e regista. L’opera comica di Gaetano  Donizetti, fu composta quando il compositore aveva raggiunto ormai la fama con Anna Bolena, l’Elisir d’Amore e Lucia di  Lammermoor, e dopo la lettura casuale del vecchio libretto di Angelo Anelli. La  vena romantica e le straordinarie doti compositive di Donizetti erano riconosciute in tutta l’Europa, nel "mondo delle capitali", e anche a livello popolare. Il suo percorso creativo contribuì potentemente ad inserire l'opera, prima rivolta solo al "bel canto", nella più profonda e drammatica teatralizzazione romantica, anticipandone così la grande stagione verdiana. Nella partitura, ormai emancipata dagli stilemi dell’opera buffa napoletana che Rossini aveva portato a livelli non più superabili, Donizetti rivelò di aver acquisito una scrittura scintillante e una personalità comica del tutto inedita in cui si manifestava la tendenza a rivestire di sfumature patetico-sentimentali i personaggi dell’opera buffa, anticipando così quei caratteri che si sarebbero palesati nei capolavori della maturità e che si presentavano come frutto d’una concezione teatrale nuova anche sotto il profilo sociale. Cosi il tema dell'amore, quanto quello dell'intreccio sentimentale, laddove la sensibilità dell'artista si apre ad un clima psicologico di totale partecipazione, nel Don Pasquale diventa un procedimento libero e vario, che si modella docilmente sulla mutevole psicologia dei personaggi. La sensibilità, i caratteri farseschi e l'intreccio comico della musica di Donozetti si concentrano su una dimensione rasserenata e velata da una patina di pacato e misurato sentimento elegiaco. In tale prospettiva l’approfondimento psicologico dei personaggi, quali quello di Norina, dello stesso Don Pasquale o del dottore Malatesta, vengono affidati non soltanto alla voce ma all’orchestra, diretta da Antonio Manuli, mediante una scrittura cameristica che,dialogando con il canto, ne diviene sostegno e arricchimento drammatico. Allo stesso modo il rapporto parola-musica diviene più stretto,come dimostra il particolare uso del recitativo nei dialoghi che nella sua varietà formale, acquista una nuova dimensione ora drammatica ora comica. Non diversamente nel teatro comico, assunto in una dimensione apparentemente tradizionale, il recupero della satira di costume si riveste di elementi patetici e sentimentali,che troveranno la loro massima realizzazione durante lo spettacolo,quando coro ed attori si uniscono al pubblico della platea del Bellini tra un corri corri e “…che interminabile andirivieni! Tin tin di qua,ton ton di là,in pace un attimo mai non si sta”. A tale riguardo il musicista maturò una precisa teoria che lo portò a sottolineare sempre il valore dell’espressione verbale come indissolubile passaggio all’intonazione musicale. Scriverà infatti a Marcello Pepe: “la musica non è che una declamazione accentata da suoni, e perciò ogni compositore deve intuire e far sorgere un canto nell’accento della declamazione delle parole. Chiunque in questo non riesca o non sia felice, non comporrà che musica muta di sentimento”. Da ciò la consapevolezza di non poter prescindere lo svolgimento del discorso musicale dal rapporto tra musica e parola. Così Norina sotto le mentite spoglie di Sofronia, leziosa Laura Giordano soprano, complice il dottor Malatesta, Francesco Vultaggio baritono,si presenta a don Pasquale, come dolce donzella, bella e pura,fresca di convento ma, come dirà in sordina, anche esperta e bricconcella nel conoscere “ i mille modi dell’amorose frodi,i vezzi, e l’arti facili per adescar un cor”. Un ultimo aiuto viene ancora dal dottore,nella veste del finto fratello che le consiglia “Collo torto. Bocca stretta”, con la mimica che accompagna nel gesto la prossemica tanto cara al teatro partenopeo. Al povero Don Pasquale da Corneto(carina l’assonanza corneto cornuto)deriso, spogliato di qual si voglia autorità coniugale,a dopo la celebrazione del finto matrimonio,gli verrà servito dalla impudente moglie uno schiaffo che interpreta tutto al femminile lo “jus corrigendi” in vigore in Italia sino agli anni sessanta…Come morto che cammina , al suo medico e ormai cognato, svela di voler divorziare e cacciar via  di casa la fedifraga, e abdicare, pentito,  in favore del modesto matrimoio tanto contrastato e ora invece  unica via di fuga , del nipote Ernesto con Norina, che non sospetta essere la sua stessa finta sposa Sofronia. Tutto finisce con una burla finale e un “meno male” del vecchio bacucco. Il Don Pasquale scritto a Parigi nel 1843 , proprio quando la borghesia vedeva crescere il proprio ruolo e potere, è  il prototipo della commedia borghese, con momenti divertenti ed una punta di femminismo,possibile solo nella Parigi libertina di J.A. Ingres, de la Bagnante di Valpinçon, dell’ Odalisca con schiava, la Parigi in cui il termine divorzio, presente nell’opera, non avrebbe  temuto nessuna sorta di censura a differenza dell’Italia ancora troppo legata alla Chiesa. Ma anche in una Parigi fondamentalmente amara ed intrisa di melanconia. Don Pasquale è una riflessione sull’invecchiamento, sulla lealtà tra amici, sulle sfaccettature dell’amore. Donizetti inventa una nuova dimensione del buffo. Nella  produzione donizettiana vige una multiformità del  comico,del buffo in quanto entra a pieno titolo nella categoria  romantica  che ne fa una singolarità non solo nella produzione Donizettiana, ma in tutto l’arco della produzione ottocentesca. Donizetti non si ferma su un ben preciso schema di opera buffa. Nelle opere giovanili  L’ajo dell’imbarazzo  è un ricalco rossiniano,pochi anni dopo scrive quel capolavoro unico nel suo genere che non appartiene esclusivamente al comico, l’Elisir d’Amore. Dopo  ci sono le farse napoletane che vanno dal buffo il Campanello e a Le convenienze e le inconvenienze teatrali,altro tipo di teatro nel teatro, Rita ou Le mari battu, piccola opera francese dove il buffo sconfina continuamente  nel patetico, o il semiserio grottesco Il furioso all'isola di San Domingo, altro carattere completamente diverso dal comico precedente per accedere al capolavoro assoluto,l’invenzione di una nuova dimensione del buffo che è il Don Pasquale,un “dramma buffo”,  come recita  il frontespizio originale. Il Don Pasquale è il dramma della senescenza ed è la creazione di un personaggio assolutamente triste che ha dei risvolti persino drammatici, la dimensione, l’ambiente è quello della commedia borghese. Donizetti rivela la sua origine legata al luogo di nascita, alla memoria del costume e delle tradizioni popolari  ma anche  nei tanti tratti delle sue lettere, nel suo linguaggio epistolografico. Donizetti  è uomo di umili origini, il padre guardiano al Monte dei Pegni e la madre tessitrice, giunge alla condizione borghese, attraverso la sua carriera e non dimenticò mai l’origine nativa,  le ragioni native ed è per questa appartenenza che il suo Don Pasquale diviene un unicum. La relazione teatro-spettatore e la comunicazione canto-musica fanno parte del mondo teatrale di Donizetti e nel Don Pasquale ciò viene enfatizzato. La storia vuole che l'opera sia stata composta in soli undici giorni.  L'incredibile prolificità di Donizetti è dettata dal fatto che in quell’epoca il compositore non percepiva i diritti d'autore intesi come lo sono oggi, ma quasi solamente il compenso stabilito al momento della commissione dell'opera. L'abilità di Donizetti sta nel fatto che non scende mai a livelli artistici improponibili, grazie al mestiere ed alla professionalità acquisiti presso l’Istituto Musicale Maggiore di Bergamo,  quando  giovanissimo aveva avuto come insegnante di composizione Johann Simon  Mayr, che ne era anche il direttore. Si tratta di quella che viene definita la "poetica della fretta", che farebbe sì che la fantasia creatrice, invece di essere turbata e stressata dalle scadenze  da rispettare, è solleticata e tenuta sempre sotto tensione dalla frenesia creativa. Ilarità, allegria, buon umore, apprezzamento, consenso e partecipazione ha espresso il pubblico catanese  al prostrato don Pasquale durante l’assolo, intercalato da  pennellate veloci di vernacolo, mentre  accorato si muoveva tra la  platea. C’era chi lo chiamava “Don Pasquale, don Pasquale” altri gli si rivolgevano dispiaciuti  un “ma comu ti finiu…” altri ancora “Bravissimo , Bravissimo” e lui , lui Don Pasquale grave ora a gesti ora a parole rispondeva. Ormai la catarsi era avvenuta e la platea del Teatro Bellini era diventata il coro greco! E’ la magia di un Teatro, quello del Bellini che tiene sempre conto non solo dello spettacolo ma anche del contatto umano e di un pubblico, quello catanese da sempre vicino a che è deriso, raggirato, ingannato, imbrogliato,truffato,frodato, ...etcetera,  ...etcetera,  ...etcetera, per dirla come il notaro, il bravissimo Gabriele Mari, nella deliziosa performance del ciuffo danzante. Oriana Oliveri

Catania

Stabile: Antigone su Eutanasia e carceri.  La delicata questione dell’eutanasia e delle carceri è stata sottolineata nell’Antigone  di Valeria Perella in scena al Teatro Ambasciatori di Catania dal 23 aprile al 5 maggio con uno spettacolo “eccezionale”  nel quadro delle manifestazioni del teatro Stabile. Antigone è morta . Il pubblico del teatro Ambasciatori chiacchiera, prende posto, rumoreggia, aspetta Antigone. Quando di colpo si fa buio. Ed  eccola Antigone forte e vittima. E’ l’Antigone dei notiziari, dei telegiornali , è l’Antigone di chi contrappone la legge dei legami, degli affetti, alla legge del diritto, fredda, meccanica, scientifica .E’ l’Antigone della naturalis ratio  contrapposta allo ius gentium. Tutto inizia in fretta, il teatro ci sorprende nel buio, non riusciamo a percepire lo scorrere del sipario. Antigone ci appare sospesa ad una corda, scende lenta con la postura di un nudo michelangiolesco. Incisiva come la luce del Caravaggio che nel buio totale della scena, taglia il rosso delle vesti con una lama di un giallo dorato. Ciò che era il ricordo scolastico dell’ Antigone svanisce, adesso è altra l’immagine. La scenografia di Maurizio Balò (bellissima!) ce la restituisce  nel silenzio di uno  spazio  indefinito, ”l’altro”, dove nulla è a caso : oggetti, immagini, scritte effimere, essenzialità delle forme. Antigone,

Gaia Aprea, si presenta prostrata sconfitta dai luoghi comuni. Tocca terra, lenta si rialza e canta la sua nenia, una lunga sequenza di farmaci, “Suxamethonium, pancuronium dibromuro, alcurorium dicloruro,sirupus aurantii corticis,flunitrazepam, hexobarbital sodico”, utilizzati per tenere in vita chi è in coma. Si è ribellata e dunque si è macchiata dell’atto di  hýbris, di tracotanza,di  eccesso, di superbia nei confronti di Creonte che in quest’Antigone ha preso il nome di Legislatore, Paolo Serra, e che rappresenta Dike, ovvero la Giustizia. L’occhio attento dello spettatore scruta il volto di Antigone nelle macroimmagini fluide in bianco e nero   proiettate su un diafano sipario. Quello che abbiamo visto alla prima dell’Antigone  dello Stabile di Catania non è solo Teatro ma Arte! Non è solo teatro,  è pittura dei corpi , è scultura della luce e della voce, è architettura scenografica, è tutto, è tutto ciò che può definirsi Arte. Suggestivo  il disperato desiderio di questa nuova Antigone di Valeria  Parrella di  seppellire il fratello per strapparlo all’accanimento terapeutico , a “un sonno chimico” che relega suo fratello Polinice da 13 anni “fuori dalle mura “ si, ma non di Tebe  “della vita”. Condannato ad un forzato vivere antinaturale che la stessa Antigone spiega con una metafora, ovvero se il  tempo  nella clessidra scorre lasciando cadere i granelli uno dopo l’altro in senso verticale ,ora  invece la clessidra di Polinice è ferma, adagiata  in  senso orizzontale, e l’ultimo  granello  è… “in bilico, sospeso”, in attesa. La vita è un soffio che esce, no che entra”. Struggente è il ricordo del fratello, fatto con frasi incisive, asciutte, che come colpi di martello su di uno scalpello costruiscono nella mente dello spettatore il concetto di vita e la disperata lotta di chi deve combattere contro i pregiudizi perché rivendica solamente dignità per un corpo inerme, attraverso la richiesta del giusto seppellimento, perché è ”il legame che cambia il giudizio”, la legge. Lei,  Antigone diviene la metafora dei diritti del singolo contro quelli dello  Stato. E’ la dicotomia che vede  la ragione per il rispetto della dignità personale contro  la  ragion di stato e quella morale, lo ius naturale e lo ius civile. Certamente sono punti di vista… E il divieto di Creonte al seppellimento che nella tragedia viene letto come il ricorso all’eutanasia, suona come  l'espressione di una volontà basata sul principio del nomos despotes, ovvero della legge sovrana, che il Legislatore  pone al di sopra del  corpus delle leggi della polis, νομος ,nomos, e delle leggi divine agrapta nomima, αγραπτα νομιμα alle quali si appella la giovane donna. Antigone è stata tradita dalla sorella Ismene la quale, al contrario, rappresenta il modello femminile di donna sottomessa e obbediente al potere ed alle leggi. Ismene è  anche  il contraltare debole di Antigone, ossia quella parte della coscienza che esprime i suoi dubbi, le sue incertezze. Ma a prevalere è  l’Antigone dell’azione, del coraggio, ma anche della disperazione. Nemmeno l’indovino Tiresia, Anita Bartolucci, chiamato, può aiutare il Legislatore, però gli suggerisce di riflettere sui suoi dubbi perché è nella paura che si evidenzia “ la tua umanità”. Non a caso vengono citate le Moire, le quali  erano le tre  personificazioni del destino ineluttabile. Cloto tesseva il filo del fato di ogni uomo, Lachesi lo avvolgeva al fuso, ed infine Atropo recidendolo ne segnava la morte.  Il Legislatore-Creonte, come Atropo avrebbe dovuto recidere il filo, non con lucide cesoie, ma attraverso un atto giuridico. Lo ha fatto Antigone e la condanna non si fa aspettare, é quella del carcere a vita. Il carcere per la Perella  equivale ad un’altra  forma di morte. Antigone accetta la condanna come irreversibile destino “Ananke”, necessità inalterabile e  fato. La cella diviene per Antigone e un’altra detenuta, il loro sarcofago, dove sigillare la vita, una morte senza morte . Esasperato, altissimo , a più piani il letto a castello( innegabile l’apporto dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, anche per i riferimenti scenografici all’Arte, in questo caso quella Concettuale) dove le due condannate attenzionano allo spettatore il concetto di carcerazione e di ergastolo. Ancora una volta Antigone prende la sua decisione e all’azione della condanna risponde con la sola  reazione che conosce quella del suicidio, il suo … Azione e reazione, un logico succedere dalla causa all’effetto, come il costrutto sintattico di figure plastiche nel frontone  triangolare  di un tempio greco.  E’ con un’ immaginaria  lettera scritta  durante la carcerazione, la quale appare proiettata su tutta la scenografia e leggibile dal pubblico (magistrale la regia di Luca De Fusco e quella delle luci di Gigi Saccomandi) che Antigone abbandona lo spettatore, facendogli comprendere  adesso che quella scatola buia dove per incanto erano apparsi i personaggi ora in basso, ora in alto, ora al centro, non era altro che  l’analessi, il flashback della nostra coscienza. Antigone era morta e noi con la nostra indifferenza, con la nostra superficialità non ce n’eravamo accorti! O forse ce n’eravamo  solamente dimenticati. L’avevamo abbandonata lungo il coro dei cortei di chi manifestava ,nel coro dei banchetti di coloro che chiedevano di  firmare a favore o contro, l’ avevamo abbandonata nel coro di coloro che avevano gridavano  giustizia per le vittime ,l’avevamo scordata tra coloro ,i pochi , i diseredati che non hanno voce e che con troppa non curanza noi  bypassiamo cambiando canale  o girando semplicemente pagina. Antigone era morta e noi non ce n’eravamo accorti. Ce ne ricordiamo solo adesso che la vediamo  nell'esodo della tragedia risalire sulla stessa corda  , la stessa corda dalla quale prima era scesa, nel prologo. Ma  ci siamo  riconosciuti negli stasimi, nel coro dei due solitari  attori che commentavano, noi eravamo lì, pensavamo...stavamo riflettendo. Nel buio, nel silenzio ci siamo ritrovati, in quel buio che ci ha colto di sorpresa, in silenzio… “ Il silenzio è l’unico rumore che ci attraversa e ci avvolge immutabile nella Storia. Dopo, taci Antigone , se riesci, taci” . Suxamethonium, pancuronium dibromuro, alcurorium dicloruro, sirupus aurantii corticis, flunitrazepam, hexobarbital sodico.     

Oriana  Oliveri


Catania Stabile: “Sogno di una notte di mezza estate”. Degli amori delle  beffe di sogni e di  incantesimi. Produzione Teatro Stabile di Catania dal 30 novembre al 16 dicembre 2012, presso il Teatro Verga di Catania con  Leo Gullotta. La scena si apre. Uno specchio, e davanti un uomo. Come in un quadro di Bacon, lo specchio ci avverte che ciò che sta accadendo sul palcoscenico ci confonderà ci ammalierà e se per un attimo penseremo d’esser davanti ad esso, l’attimo successivo ci troveremo proiettati dentro il suo riflesso,nel mondo del sogno, della fantasia. Lo specchio ci introduce, lesto e sicuro dal mondo dell’immaginazione a quello metafisico, degli spiriti per poi ricondurci fuori in quello del volgo o in quello curtense, senza che ce ne rendiamo conto, perché è lui che comanda. Geniale la scelta di mettere nella scena Teseo, Emanuele Vezzoli, solo davanti allo specchio. Vestirsi sulla scena ha il sapore di un antico rito, quello della vestizione dell’attore,prima che nel sacro spazio si attui il rito della catarsi. Nel “Sogno di una notte di mezza estate” si parla d’amore. L’amore corrisposto che porterà Teseo al sacro vincolo del matrimonio con Ippolita, Ester Anzalone; l’amore non corrisposto quello della infelice Elena,che ama Demetrio,ma  che a sua volta è innamorato di  Ermia ,la quale non ama Demetrio, ma ama ed è amata da Lisandro. Sembra  una storia senza fine,la ruota di un pavone, un pavone come lo si vede nell’oculo nella Camera degli Sposi a Mantova ed invece nella scenografia di Luigi Perego ci ricorda che siamo in un’inconsueta Atene, governata da un Duca. Forse già siamo nel sogno? Però  sarà proprio un sogno a dare ad ognuno di essi la speranza di un amore perfetto. La regia di Fabio Grossi ha restituito al pubblico una commedia shakespeariana la quale sa interpretare  con distinti linguaggi  i diversi tòpoi, in cui i personaggi si muovono: quello delle fate, che alternano al verso sciolto, canzoni e filastrocche, quello degli amanti dominato dalle liriche d’amore e quello degli artigiani,dalla goffa parodia del verso aulico. Le musiche originali di Germano Mazzocchetti e il balletto con le coreografie di Monica Codena(nei  bozzoli larvali ricordano il Pilobolus di Alison Becker Chase o i Momix  di Moses Pendleton)sanno evocare per l’ eccezionale bellezza ed inventiva, immagini fiabesche  che interagiscono in maniera osmotica con la tutta scenografia. Il pubblico viene catapultato in un'avventura ricca di sfaccettature. Lo spettatore viene coinvolto, stregato e affascinato. La lettura da parte del pubblico dei diversi ruoli degli attori è facilitata da un’esplicita prossemica che interpreta ora  la sophia,nella  saggezza popolare dei goffi attori, ora la phronesis, come capacità, abilità di raggiungere l’obiettivo ,sia nella  corte del palazzo ateniese,sia nel regno dei boschi. Leo Gullotta,Alfio Anfuso detto Bottom,  interprete della saggezza popolare, sophia, nel monologo finale, nella duplice veste di attore nel  teatro nel teatro,ribadisce il ruolo fondamentale del sogno, del teatro, e di cosa sarebbe l’esistenza senza la loro presenza “…il nulla , non resta che il nulla!”.E’ l'aforisma shakespeariano per eccellenza "siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni ,  e la nostra vita è circondata dal sonno”.Altrettanto lo spagnolo Pedro Calderón de La Barca, nel 600,  in La vida es sueño  fa dire a Sigismondo  “la vita è un sogno”. Al contrario l’abilità di raggiungere l’obiettivo, phronesis, e di raggiungerlo con ogni mezzo,”il fine giustifica i mezzi” sentenziava Macchiavelli, è espresso da Teseo attraverso il ricatto.Egli  caccierà dalla città  la ritrosa Ermia se allo scadere dei quattro giorni non si unirà in matrimonio con Lisandro. La phronesis in Oberon,re delle fate, che per  la brama di possedere il giovane paggio della regina Titania (sic!) , la farà innamorare di un asino con un sortilegio. Uno fallirà , in quanto Ermia sposerà Lisandro, l’altro avrà il suo paggio. Il mondo è folle e folle è l’amore.Sogno di una notte di mezza estate è un vero e proprio trattato sull’amore ma anche sul nonsenso della vita degli uomini che si rincorrono e che si affannano ad amarsi, che si innamorano e si desiderano senza spiegazioni, che si incontrano per una serie di casualità di cui non sono padroni. La legge che li governa è la natura intesa come passione, sensualità e debolezza, ma soprattutto illogicità. E Sogno di una notte di mezza estate parla delle diverse facce di Eros. L’amore narcisistico di Bottom, il tessitore-attore dilettante che vorrebbe recitare tutte le parti della stramba tragedia del suo amico falegname, Gaudenzio Nuara, (distorsione di  ‘Muarra? Come per Anfuso  fuso?Il regista ha forse voluto celare il mestiere dei sei commedianti).L’amore di Teseo per Ippolita,regina delle Amazzoni,l’uno vincitore sul Minotauro,sulla bestialità taurina, l’altra esperta nel domare l’istintualità selvaggia del cavallo. L’amore tra Ermia e Lisandro e di Elena per Demetrio, che un Archetipo fa muovere come burattini, soffrire e alla fine della  commedia conciliare. A differenza del teatro greco,in cui uomini e dei dialogavano, combattevano ,si amavano e procreavano, nell’opera shakespeariana, gli esseri umani  non possono  interagire ne immaginare i motivi per cui le cose succedono.Come mai  la bella regina delle fate Titania si è innamorata di un asino? Perchè Lisandro da sempre innamorato di Ermia adesso la disdegna ?Ciò che il teatro  greco chiamava divinità, nel teatro del sogno è interpretato dagli spiriti. Solo in opere successive quali  l’Amleto,Giulio Cesare ,La Tempesta, gli spiriti si manifesteranno visibilmente agli uomini, mostrando le loro ombre e i loro poteri. Tre mondi si contrappongono in Sogno di una notte di mezza Estate. Il mondo della realtà: quello della corte con Teseo e Ippolita e dei giovani innamorati. Il mondo della realtà teatrale: con gli attori, comici pasticcioni e sgangherati che si preparano alla rappresentazione. Infine il mondo della fantasia:Il mondo incantato di Oberon e Titania con elfi e fate, quello degli spiriti e delle ombre,le creature del Sogno. La diversificazione del linguaggio di Shakespeare è rispettato dal regista che usa un linguaggio chiaro per i personaggi che vivono nella corte,luogo di civiltà e di cultura in cui le cose possono essere viste,la luce ne rappresenta l'ordine; un altro per coloro che vivono nella foresta dove distorsione oscurità e magia si fondono nell’irreale,il buio infatti è complice di una realtà misteriosa e esoterica.Se per la squinternata compagnia di attori Shakespeare scrive i dialoghi in dialetto gallese,Fabio Grossi utilizza il vernacolo dalle connotazioni spiccatamente popolari o per rendere più goffa ed esilarante la  tragedia di Piramo e Tisbe, inserisce quelle stesse figure retoriche adottate dal drammaturgo "Sento il volto della mia Tisbe..." "vedo il suono della tua voce”.Il far di necessità virtù della compagnia di teatranti rende amaro il sorriso dello spettatore che comprende lo spartano allestimento nei teatranti per le scenografie di Piramo e Tisbe. Per cui  non ci si stupisce se un attore possa diventare un chiaro di luna tenendo in mano una lanterna ad olio e l’altro recitare  il muro, mimando persino con due dita aperte la fessura attraverso la  quale dialogano i due infelici amanti. Benedetto Croce nella sua critica definisce la “…recita degli artigiani filodrammatici , che non sono già ridicoli semplicemente ,nella loro goffezza, ma fanciulleschi ed ingenui , suscitano una sorta di intenerimento gaio: anche per essi non si ride , si sorride”. Esilarante la performance di Leo Gullotta nella veste di Piramo e di Sergio Mascherpa nel ruolo di Tisbe. Per assurdo in questa commedia,tra le varie ambientazioni,risulta essere più realistica e credibile,ed anche per questo la più comica,quella legata alla compagnia degli attori che  per antonomasia appartengono al mondo dell’immaginazione,al mondo dell’arte che avvicina e mette in comunicazione la vita reale con  quella dei sogni. L’attore come Mercurio diviene  messaggero e recita agli uomini ciò che la sua arte ha visto, udito nel mondo che sta oltre, l’altro. Non dovremmo scordare il concetto di mostro,che Shakespeare tratta in maniera comica nei riguardi della bellissima Titania innamorata di un mostro, un asino, e crudele nei riguardi di Ermia, che non sa spiegarsi perché Lisandro,mostro, l’abbia tradita con la sua amica Elena , e di Elena che vede dei mostri in Lisandro e Demetrio,in quanto feriscono una donna già segnata dal fatto che giammai prima nessuno l’aveva amata.Ma il mostro non sempre è brutto e cattivo. Sono gli echi di un epoca classica che aveva imposto l'ideale di perfezione della kalokagathaia, Kalòs kai agathòs, "il bello e buono". Toccò nel 600 all’accademico e scienziato amico di Galileo Galilei, Carlo Roberto Dati nell'Orazione in lode e difesa dei brutti, mettere  in luce il destino crudele di alcuni bellissimi,Giacinto, Narcisio , Adone. Nel 700 per il filosofo inglese David Hume la bellezza è nella mente di chi la contempla e nell’800 gli scrittori che descrivevano i bassifondi di Parigi negli aspetti più crudi, arrivarono ad esaltare persino la malattia: le espettorazioni non resero meno affascinante  la morente tubercolotica Violetta de la Signora delle camelie di Alexandre Dumans figlio, divenuta poi La Traviata di G. Verdi, o la Mimì della Bohème. Il  brutto verrà rivalutato nel romanticismo, con la figura del deforme Quasimodo nel Notre Dame de Paris,del gobbo nel Rigoletto,del mostro di Frankenstein immaginato da Mary Shelley o del nasuto Cyrano De Bergerac di Edmond Rostand. Complimenti alle luci di Franco Buzzanca che sulle variazioni del tema  natura e amore riesce ad emozionare con   i bellissimi notturni illuminati dalla luce della luna e dalle danze di fate ed elfi. Oriana Oliveri


Catania - Stabile Catania: Galileo a scuola “ciò che non è stato detto”. Paolini in “ITIS GALILEO”.  Lo scrittore tedesco Bertolt Brecht,  nella prima metà del secolo scorso,  pubblicò nella raccolta Poesie e Canzoni versi dal titolo “Sia lode al dubbio”. Ciò che conquista in quelle righe è la   forza asseverativa della fondamentale libertà del dubbio: “…Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!/Quante vittime costò!/ Com’era difficile accorgersi/ che fosse così e non diverso! / Con un respiro di sollievo un giorno/ un uomo nel libro del sapere lo scrisse. / … Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze, / che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta. / E un altro giorno un uomo dal libro del sapere / gravemente cancella quella tesi…”. Ed è sulla considerazione de concetto di dubbio che Marco Paolini e Francesco Niccolini (coadiuvati per la consulenza storica da Giovanni De Martis e per quella scientifica da Stefano Gattei) hanno presentato al Teatro  Ambasciatori di Catania per Stabile della stessa città  lo spettacolo ITIS Galileo. Il titolo dai toni  un pò scanzonati, ci riporta alla memoria la sigla di un Istituto scolastico, ma in verità è uno stratagemma per avvertire lo spettatore che quanto seguirà sarà un excursus  sui generis. Nulla a che vedere con una lezione filosofico-scientifica su Galileo. Quello di Paolini è il Galileo delle nostre domande scolastiche, quelle che ci siamo poste sui banchi di scuola, sulla figura dello scienziato. È  la stessa  domanda che Antonello Venditti si rivolge quando in Compagno di scuola  si chiede “…al punto che adesso  non so se Dante sia stato un uomo libero o un servo di partito…”.  Paolini, istrionico, padrone della scena, nel suo monologo, presenta un Galileo moderno e  romantico.

 

Fiorentino, ma nato a Pisa, geniale, ma non laureato, insegnante precario di matematica all'Università, anche un pò antipatico ai suoi colleghi  e che arrotonda lo stipendio facendo oroscopi, e che “se la tira” specialmente dopo l'invenzione del cannocchiale. Ma Galileo è soprattutto lo  scienziato che rifiuta la morte eroico-classica abiurando, ma non rinuncia alle sue teorie. China il capo ai dogmi della Chiesa senza cambiare idea. Alla fine ci appare come un uomo libero dalla mente aperta, capace di riconoscere gli errori, suoi e non,e di aprire il suo intelletto sino alla vecchiaia al dubbio. La sua verità come dirà lo scienziato nell’opera Bertolt Brecht in Leben des Galilei  “Vita di Galileo”, “la verità è figlia del tempo e non dell’autorità”. Galileo è lo scienziato che con le sue rivoluzionarie intuizioni, rischia di mettere a repentaglio gli equilibri teologici e sociali del suo tempo. Per alcuni si piega alla ritrattazione per paura della tortura, per altri per mancanza di vocazione eroica, ma ciò che mette d’accordo tutti è che nell’abiurare Galileo ha intravisto per i suoi studi una maggiore utilità in quanto potrà tranquillamente (sic!)continuare le proprie ricerche. Un'opera, quella dell’attore bellunese, sulla responsabilità e sul destino della scienza che anche oggi sembra più che mai attuale. Come sarebbe cambiato il corso della storia, il corso della scienza, o meglio della Scienza, se Galileo  non avesse abiurato? Nel momento in cui Galileo smentisce le proprie idee per paura delle torture, Andrea, un suo allievo deluso esclama: “Disgraziato il paese che non ha eroi!”, Galileo gli risponderà “Felice il paese, che non ha bisogno di eroi!”. Del resto l'8 febbraio del 1600 Giordano Bruno era stato costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo, e alzandosi rivolgendosi ai giudici, sentenzia la storica frase: “Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” dal significato:”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.. Il lavoro di Marco Paolini su Galileo, padre della scienza moderna parte da questa considerazione: “Essere geniali, in circostanze difficili, può essere un problema, per gli altri soprattutto”. L’intelletto  dello scienziato si aprirà al dubbio fino alla fine, fino alla vecchiaia. E’ nel 2010 che Marco Paolini, insieme ad alcuni amici e collaboratori, ha iniziato a leggere e scambiato opinioni e domande su Galileo e Copernico, Keplero, Cartesio . “Da quei ragionamenti, da quelle letture, non è nato un racconto compiuto, ma una serie di spunti per cercare le domande giuste per interrogare il presente. Una fra tante come mai quattrocento anni dopo Galileo continuiamo tutti i giorni a scrutar le stelle come fossero fisse per fare l'oroscopo. Che cielo usiamo, quello di Copernico o quello di Tolomeo?”. L’attore continua:“Lavorare attorno alla figura di Galileo - afferma - è stato come tornare indietro sui banchi di scuola e provare a scoprire un pezzo di Storia a cui nessuno ti ha mai fatto appassionare. Il Seicento è il secolo nel quale si sono gettate le basi della modernità. Copernico, Keplero e Galileo hanno rovesciato il mondo. Cartesio ha rovesciato la concezione dell’uomo separando il pensiero dal mondo. Giordano Bruno e Tommaso Campanella hanno ripensato la distanza tra Dio e mondo”. Galileo prostrato dal tribunale dell’Inquisizione tiene in serbo i suoi studi, ma continua in segreto a scrutare il cielo. Ma sarà sul letto di morte che consegnerà  ad Andrea, suo allievo, I Discorsi, un manoscritto che raccoglie tutto il suo lavoro. Questi partirà alla volta dell’Olanda, paese dove potrà divulgare liberamente le scoperte del suo maestro, lontano dall’inquisizione della Chiesa. Lo spettacolo è imprevedibile così come era iniziato. Uno spettatore è chiamato sul palcoscenico ed invitato a leggere una pagina dall’opera Dialogo  sopra i due massimi sistemi. Il tutto si svolge con toni scherzosi viene redarguito il malcapitato per gli errori di lettura o per la non affidabilità della conoscenza dei termini latini, allo stesso modo, imprevedibile e sconvolgente è la fine dello spettacolo. Come nel film Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, Dr. Strangelove, film del 1964, diretto da Stanley Kubrick, nella memorabile scena quando per un'avaria il comandante a cavalcioni sulla bomba atomica, agitando il suo cappello da cowboy, viene lanciato sull’obiettivo, così Paolini chiude lo spettacolo, cavalcando una mina una sorta di pseudo modello galileiano, mentre riecheggia, in versione rock, la Quinta di Beethoven. “C'è qualcosa che lega Galileo alla bomba atomica"… conclude Paolini. In effetti c’è da pensare… E se Einstein avesse “abiurato” i suoi studi sulla relatività, sull’atomo, chissà come sarebbe cambiata quella mattina del 6 agosto 1945, quando la città inerme di Hiroshima fu scelta come bersaglio facile per sganciare l’atomica solo perché  il cielo, a differenza di altre città giapponesi, era limpido. Certo non è facile essere eroi, però la scienza non può eludere il suo fine  fondamentale: essere ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Renzo Piano il 22 novembre 2010 , a “Vieni via con me “ ha rilasciato una bellissima intervista sui diversi significati del verbo fare. Ma l’architetto non parla  solo del fare come costruire “aedificare” . Egli parla del fare come  coefficiente di valore della ricerca .Vi sono molte attinenze nelle parole di R. Piano con la ricerca del fare di Galileo. In Architettura come nella Scienza,in  Renzo Piano come in Galileo Galilei. Per Galileo aver ascoltato i suoi accusatori durante il processo del l’inquisizione  non è stato un atto di obbedienza, ne  tanto meno un  compromesso , ascoltare è  stato migliorare il suo progetto affinare la sua ricerca...  “E’ un verbo molto  importante fare. Fare, costruire - afferma il noto architetto- è la più antica scommessa dell’uomo , insieme allo scoprire, al navigare e al coltivare i campi. E’ un nobile mestiere quello dell’architetto, se fatto bene. Fare bene. Per fare bene bisogna capire e ascoltare . E’ un’arte complessa quella dell’ascolto. E’ difficile perché ,spesso le voci di quelli che hanno più cose da dire sono discrete e sottili. Ascoltare non è obbedire,ascoltare non è trovare  compromessi, ascoltare è cercare di capire e quindi  fare i progetti migliori. Fare per gli altri, si diceva una volta fare il bene comune. Bisogna sempre ricordare che fare architettura significa costruire edifici per la gente: università, musei, scuole, sale per  concerti. Sono tutti luoghi che diventano avamposti contro l’imbarbarimento. Sono luoghi per stare assieme, sono luoghi di cultura, di arte…e l’arte ha sempre acceso una piccola luce negli occhi di chi la frequenta!... Fare silenzio , cioè costruire emozioni. Talvolta l’architettura cerca il silenzio e il vuoto in cui la nostra coscienza si possa ritrovare . Il silenzio è un po’ come il buio . Bisogna avere il coraggio di guardarlo.  E poi pian piano si cominciamo a vedere i profili delle cose …”. Oriana Oliveri


 

 

 

 

 

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SANT'AGATA

VITA E TRADIZIONE


Siracusa - La Nona di Beethoven tra  Sehnsucht e  exaltationem. Leggero, in sordina, timido inizia l'incipit  della Nona Sinfonia di Beethoven al Teatro Greco di Siracusa. Sembra che l'orchestra stia  accordando gli strumenti musicali, archi, legni, ottoni, percussioni, ed invece è proprio così che il grande genio inizia la sua sinfonia. Lieve come   un mormorare , un conversare di strumenti in sordina e poi fulminea la musica  irrompe con  furore titanico. E' forte, decisa, squarcia il silenzio. Ci appare in tutta la sua  potenza, tanto immensa  e perfetta da riportare alla mente la volta della Cappella Sistina, per la  perfezione delle forme armoniche e per la bellezza del costrutto musicale. E' l'apoteosi della creazione dell'uomo che nel nostro immaginario si presenta nudo perfetto nella sua suprema bellezza. E' una bufera quella che attraversa gli spettatori. Vento tempestoso, lampi e  fulmini in un cielo di un giallo incandescente con pennellate luminose e sfrangiate che riportano alla mente l'opera di Turner ,Luce e Colore (la Teoria di Goethe) , squarciandone il cielo.  Ma utilizzare il termine genio è veramente inadeguato e restrittivo per descrivere la straordinarie capacità del grande musicista. Infatti basti pensare  che Beethoven  era totalmente sordo quando compose la Nona Sinfonia nel 1823 e da ben 11 anni non rivolgeva  la sua attenzione alle composizioni sinfoniche  che per opera sua erano diventate l'emblema supremo a  coronamento delle attività dei musicisti. Esiste in musica la retorica come in letteratura   , la quale  adottando gli stessi strumenti adottati dalla retorica classica avvicina la musica al linguaggio emotivo verbale . Si può ricondurre l'inizio di questo legame al medioevo, quando sia la musica che la retorica erano materie di studio universitario. Nel corso del XV secolo l'Umanesimo ,scoprendo  il teatro greco  in cui la musica aveva un ruolo essenziale, rielabora la teoria degli affetti ,in tedesco Affektenlehre,volta a stimolare le passioni umane con tecniche compositive . Questo stretto legame tra retorica ,in tedesco Figurenlehre, e musica farà si che fino al XVIII la retorica divenisse un elemento fondamentale per l'insegnamento musicale. La figura retorica dell'anabasi, più volte evocata nella Nona Sinfonia , viene espressa come  uno stato di exaltationem, associando forti emozioni a suoni acuti. Lo stesso Beethoven fa uso della retorica musicale quando a tal proposito asseriva che "le voci ascendono o discendono secondo che i sentimenti prendono o perdono forza".Il termine Grundgestalt, in tedesco letteralmente figura-base, denota il concetto fondamentale su cui poggia la composizione musicale e le cui caratteristiche influenzano e determinano idee specifiche all’interno della composizione stessa. Allo stesso modo la musica, combinando variamente i periodi e i suoni,ha commosso  l'animo degli spettatori intervenuti nell'antico teatro, che in silenzio hanno ascoltato e poi applaudito anche durante gli intervalli , come fecero i viennesi nella prima  direzione di Beethoven,con brevi e incontenibili applausi , malgrado i "Ssss!" della cavea. La Nona Sinfonia  fu eseguita per la prima volta a Vienna  il 7 maggio 1824 al Teatro di Porta Carinzia e diretta dallo stesso Beethoven. Un aneddoto racconta che Beethoven ormai completamento sordo, si rese conto del successo soltanto quando il soprano Henriette Sonntag avvicinandosi ,lo fece voltare per indicargli la folla acclamante, che oltre ad applaudire, consapevole della sordità del maestro,  in un'altra occasione ,sventolava  fazzoletti bianchi,mostrando così  il proprio omaggio al compositore. Beethoven, divenuto completamente sordo, aveva pensato al suicidio, come si legge nel drammatico testamento spirituale di Heilingestadt  nell'ottobre del 1802.“Quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo. Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita”.Richard Wagner, nell'Opera d’arte dell’avvenire attesta che “L’ultima sinfonia di Beethoven è la redenzione della musica dal suo elemento più peculiare verso l’arte universale. È il vangelo umano dell’arte dell’avvenire. Dopo di essa non è possibile alcun progresso." Venerdì sera, alla prima ,la sinfonia diretta dal maestro Xu Zhong con l'esuberante orchestra del Teatro Bellini,  proseguiva con note inizialmente sinuose,dolci ed accattivanti ,per certi versi, però dopo il dialogo tra archi, legni ed ottoni nel tono sembrava più scanzonato, quasi ironico. Ma ciò durava poco, in quanto gli accordi subito dopo trasportavano la platea in un paesaggio bucolico, in una sorta di comunione tra uomo e natura. Nel terzo movimento, Beethoven celebra la Sehnsucht ovvero la malinconia . Dopo la breve introduzione dei fagotti e dei clarinetti, gli  archi ,a cui di tanto in tanto si uniscono i già citati fagotti, riuscivano a toccare l'animo degli spettatori conducendoli per un sentiero dolce e malinconico, quasi a confortarlo dai tormenti a cui la vita costringe. E' il Teseo canoviano dopo la lotta vinta sul Minotauro. E' il momento di quiete ispirato dalla  razionalità  dopo il momento d'ira  istigato dalla bestialità. Si racconta che  Arturo Toscanini, durante la direzione dell'opera, si avvalse di un gesto piuttosto inusuale per un direttore d'orchestra, ovvero  il porre il pollice della mano sinistra sul cuore per comunicare all’orchestra di guardare alla propria sensibilità al fine di esprimere meglio la malinconia che si propaga dal movimento. L'inno diventa anche l’espressione della felicità e della serenità ormai pienamente raggiunte e scaturite dalla consapevolezza di riuscire a comporre nonostante il grave handicap fisico. Durante l'esecuzione si alternano fasi di quiete a vere e proprie esplosioni musicali, dominate dai violini, dai flauti e dagli ottoni. Tutto ciò da un senso di confusione e di caos, quasi a voler significare il dissidio interiore dell'Uomo. La nona sinfonia comprende nel quarto movimento l'ode "An die Freude" di Schiller , da cui Beethoven nel 1803 prese ispirazione. L'ode "An die Freude", scritta da F. Schiller nel 1786, è una lirica nella quale la gioia non ha il significato di spensieratezza e allegria, ma è quel senso di appagamento  a cui l'uomo giunge seguendo un percorso graduale, liberandosi dal male, dall'odio e dalla cattiveria. Già dal 1799 Beethoven manifestò la volontà di scrivere un'opera animato dai sentimenti di fratellanza universale che riflettevano gli ideali che avevano indotto lo scrittore tedesco ad affiliarsi alla Massoneria. Infatti il percorso musicale dell'opera è come una sorta di viaggio di purificazione,come nel Pinocchio del Collodi. Secondo le varie figure retoriche musicate quella dell' acqua della terra, dell'aria e del  fuoco,i quattro elementi massonici, il viaggio  funge da rito di iniziazione e costituisce una significativa metafora della vita e della evoluzione spirituale, la ritrovata gioia , il raggiungimento della libertà. Va ricordato che in tedesco i termini  gioia, Freude e libertà,  freiheit, hanno quasi la stessa assonanza. Parola quest'ultima vietata per lungo tempo nei teatri di molti paesi , tra cui quelli austriaci. nel periodo della rivoluzione francese e successivo. Non pochi poeti ed autori utilizzarono consciamente la parola permessa "gioia" per intendere quella di  "libertà" altrimenti censurata. Basti ricordare che Bernstein, nel 1989, la scelse per celebrare la caduta del muro di Berlino, in una memorabile esecuzione all’aperto davanti alla porta di Brandeburgo. Sostituire nel testo cantato dal coro la parola “gioia” con quella di “libertà”; inoltre il “tema della gioia” è l’inno ufficiale dell’Unione Europea. La Nona Sinfonia è il parametro ispiratore del fregio di G. Klimt . E' dipinto su tre pareti e lungo 24 metri. Fu eseguito in occasione della XIX mostra della Secessione viennese  J. Hoffmann ne curò l'allestimento, mentre G. Mahler diresse all'inaugurazione l 'Inno alla Gioia. La prima parte del fregio di Beethoven rappresenta le sofferenze della debole umanità e le  preghiere del forte Cavaliere armato, che  lungo il cammino dovrà affrontare le avversità per ritrovare  la felicità. Nella letteratura klimtiana si è sottolineata la congruenza tra  l'interpretazione wagneriana della Nona Sinfonia e la teoria di Nietzsche del genio e delle sue sofferenze. All'elemento maschile del Cavaliere, corrisponde nella parete di fronte la figura femminile della Poesia. Ripiegata su se stessa nell'attesa passiva, essa suona la lira, e alla "femminile" curvilinearità del suo strumento corrisponde la spigolosità "maschile" del Cavaliere corazzato, armato di spada. Per raggiungere la donna e congiungersi a lei, il Cavaliere dovrà compiere una sorta di viaggio negli Inferi, sconfiggere le forze del male e resistere alle tentazioni di sirene malvagie e lascive.  Si sa che Beethoven progettò anche una decima sinfonia che, tuttavia, non vide mai la luce. Esistono, a tal proposito appunti e frammenti tematici tra le carte reperite dopo la sua morte e qualche anno fa, un musicologo inglese, cercò di ricostruire l’ulteriore sinfonia sulla base di tale materiale. Ritornato a Vienna il 2 dicembre 1826 su un carro scoperto e in una notte di pioggia, Beethoven contrasse la polmonite dalla quale non ebbe modo più di risollevarsi. Nonostante Vienna non si occupasse più della sua sorte da mesi, i suoi funerali, svoltisi il 29 marzo 1827, riunirono una processione impressionante di almeno ventimila persone. Alcune settimane prima della morte ricevette la visita di Franz Schubert che non conosceva,ma del quale si rammaricava di averlo conosciuto così tardi. Di L. Van Beethoven, Franz Schubert, 1827 scrisse : "Egli sa tutto, ma non possiamo ancora capire tutto e passerà ancora molta acqua sotto i ponti del Danubio prima che tutto ciò che quell'uomo ha creato sia compreso dal mondo". La Nona Sinfonia si conclude con un applauso lungo 15 minuti , con un pubblico entusiasta e visibilmente soddisfatto, il quale pur richiedendo più volte il bis  non è stato accontentato. Peccato! Oriana Oliveri


Catania Ambasciatori: Teatro assurdo Becket tenta comunicazione. Dio, dov’è Dio? Lo stiamo  aspettando da circa duemila anni… Lo cercava l’uomo della pietra e della fionda quando tracciava segni apotropaici sulla roccia sperando  che qualcuno , qualcosa lo aiutasse nel rito della caccia. Lo hanno cercato durante le guerre, nelle carestie, sul fuoco dei roghi, nel dolore forse anche nella (poca)gioia. Ma qualcuno si presentava e puntualmente ci annunciava che Godot si scusava ,però  domani sarebbe senz’altro venuto. Eppure ancora aspettiamo Godot. Ricordo una bellissima canzone di  Claudio Lolli intitolata “Aspettando  Godot” diceva “Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot. Ho passato la vita ad aspettare Godot… Sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot…Questa sera sono un vecchio di settant'anni, solo e malato in mezzo a una strada, dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot… La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita, e ho capito che non si può, coprirsi le spalle aspettando Godot. Non ho mai agito aspettando Godot, per tutti i miei giorni aspettando Godot, e ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte, ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte.” Come prevedibile , Godot  non si è presentato nemmeno ieri sul palcoscenico del Teatro Ambasciatori. Godot (ammesso che egli esista…) non appare mai sulla scena, e nulla si sa sul suo conto. Egli si limita a mandare un ragazzo, un messaggero , concesso che questi realmente, come asserisce,  lo conosca , il quale porterà il suo messaggio ai due protagonisti, "oggi non verrà, ma  verrà domani". Eppure anche se  Estragone (Ugo Pagliai ) e Vladimiro (Eros Pagni) continuano ad aspettarlo , ogni spettatore , alla fine dello spettacolo ha dato il proprio  significato  al suo  Godot, un valore diverso da spettatore a spettatore. Aspettando Godot è una tragicommedia dominata dalla sensazione di incomunicabilità e sulla  crisi di identità degli esseri umani. Ancora nel 1955, data della prima rappresentazione dell’opera, a cinquant’anni  da “l’Urlo “  infinito terrificante di Munch ( il quale si propaga  sull’umanità indifferente al dolore )e al grido acuto della madre che  rivolge  al cielo  il figlio morto  tra le braccia in “ Guernica” di Picasso ,  l’uomo cerca ancora Godot. Ma chi è Godot? Numerose sono le interpretazioni: il destino, la morte, la fortuna e persino Dio. Lo stesso Beckett non ha mai chiarito questo enigma , anzi si è così espresso: “Se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione.”. La prima trovata scandalosa e geniale del capolavoro beckettiano è che il protagonista è assente. La recensione più celebre di quest'opera resta quella scritta da Vivian Mercier all'indomani della prima londinese del 1955: "Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte". E tuttavia la vera domanda ritorna: cosa c'è di così assurdo in Aspettando Godot? Tutto è estremamente e stucchevolmente plausibile: due uomini attendono un terzo uomo(?) che non verrà mai il quale sadico continua a farsi gioco dell’ingenuità dei due protagonisti  .E diviene assurdo aspettare , è assurda l’attesa… E’ il teatro dell’ assurdo,  il teatro di Beckett , di Ionesco, di Adamov, di Genet, di Pinter,   degli altri esponenti di questo genere. La rivoluzione teatrale attuata alla metà del  secolo scorso (anche con Pirandello) ha prodotto vicende rappresentate che per quanto assurde , strane ed insolite erano concatenate da una loro logica, logica discutibile , da sviluppi imprevedibili, ma pur sempre fedeli alle proprie regole, ovvero l’incomunicabilità più assoluta. Ciò era avvenuto in altri campi , in letteratura , nelle arti visive. Dopo la seconda Guerra Mondiale la risposta del pubblico  , si dimostra ampia e calorosa , perché in quel teatro riviveva gli aspetti assurdi e caotici della vita contemporanea. L’ ordine che si nasconde sotto questo disordine è quello di porre interrogativi e non dare risposte. “La Cantatrice Calva “ di Ionesco rafforza la consapevolezza che la maggior parte delle conversazioni tra l’uomo e i sui simili, verte sui temi banali e ovvi ,e che la banalità è una forma della non-comunicazione, per parlare per  non dir nulla, pur parler. L’uomo parla ma non dice nulla , conversa ma non comunica. Si è voluto vedere in questo lavoro il dramma dell’uomo che ha perduto la speranza in Dio : Godot  infatti ha come radice “God”, in inglese “Dio” ,o in  irlandese più familiare  "God". Vladimir ed Estragon  sarebbero appunto l’umanità che aspetta passivamente Dio senza provare a cercarlo. Ancora più interessante è l'ipotesi Godot = God + Charlot, tenendo anche conto dell'amore di Beckett per le comiche di Charlie Chaplin e per i fratelli Marx, dai quali ha tratto ispirazione per tratteggiare i suoi Didi e Gogo. Infatti Vladimiro si presenta sul  palcoscenico con una lunga giacca nera ed una bombetta che parafrasano il divo del cinema muto. Sembra un omino non sempre dalle raffinate maniere, ma ha la dignità di un gentiluomo, vestito con  una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura ma senza il   bastoncino di bambù .  Diversamente  Rue Godot è una via di Parigi, una traversa del famoso  Boulevard des Capucines , dove vi era lo studio  fotografico  di Nadar che accolse nel 1874 la prima mostra dei pittori impressionisti, pare che fosse frequentata da prostitute. Ma l’espressionismo, il tragico dell’opera , ha le sue radici nel romanticismo tedesco , ovvero nel quadro di Caspar David Friedrich, "Uomo e donna che osservano la luna" del 1824. Un giorno Beckett confessò alla sua amica Ruby Cohn che: "sai, è stata questa la fonte di ispirazione di “Aspettando Godot” , proprio mentre osservava il   quadro, anche se secondo il biografo J. Knowlson ,il vero quadro che aveva ispirato Beckett sarebbe stato “Due uomini che osservano la luna" del 1819, sempre dello stesso autore. Riccardo Perricone  ripropone il dipinto nel costrutto scenografico, con un solitario albero piantato al centro della scena . L’albero diviene  l’unico elemento che cadenza il tempo e segna il suo  divenire cronologico,  a differenza dell’immobilismo psicologico dei personaggi,  cambiando  tra primo e secondo atto il suo costume di scena,  con l’aggiunta di tre foglie. Un albero che  per certi versi nel suo  minimalismo  ricorda un albero del primo periodo del pittore Piet Mondrian. Vladimiro ed Estragone all’aprirsi del sipario  ricordano con la confusione del loro non  intendersi parlato, con  il Caos Pirandelliano,  “ Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra  campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos". Nella cosmogonia degli antichi greci, il caos è la personificazione dello stato primordiale di vuoto del buio anteriore alla creazione del cosmo da cui emersero gli dei e gli uomini . Dal Caos attraverso l’unione di  Notte (l'oscurità della notte) ed Erebo (le tenebre degli Inferi)  nasceranno Emera (il giorno) ed Etere (la luce), una sorta di allegoria tra sonno della ragione e rinascimento della coscienza umana. Solo una volta Beckett lasciò intravedere una spiegazione al regista Roger Blin (probabilmente più per depistarlo che per chiarirgli le idee...) dicendogli “che Godot derivava dal francese gergale "godillot" ("stivale") perché i piedi hanno una grande importanza in quest'opera”. I ricordi di quella prima mitica messa in scena sono raccontati sia da Bair sia dallo stesso Blin. Il Theatre de Babylone di Parigi, dove avvenne la rappresentazione, era in realtà un vecchio bazar ristrutturato come sala pubblica in cui erano stati montati, per l’occasione ,  un palco e una platea di circa duecento sedie. Tutto fu realizzato con materiale di risulta: "L'albero era un lungo appendiabiti coperto con carta crespata [...] La base dell'albero era nascosta da un pezzo di gommapiuma trovato per strada. Travolgente la scena in cui i  due sono  incuriositi dall’ingresso in scena di  due  strani personaggi. Uno, un istrionico padrone, Pozzo, l’altro un misero servo, Lucky. Sembrano l’immagine dell’intelligenza e della ratio umana (Lucky, Roberto Serpi) tenute al guinzaglio dell’ignoranza e dalla tracotanza(Pozzo, Gianluca Gobbi). E’ la sorpresa si rivela quando , il servo bastonato umiliato e relegato al ruolo di bestia da soma ,inizia un delirante monologo erudito ricco di forbite citazioni che rivelano e scagionano il suo ruolo di servo  frustrato  dimentico della sua dignità di uomo.  Solo con una zuffa ,Lucky sarà messo a tacere. Ed ancora una volta  l’ignoranza, la sopraffazione  toglieranno al matto servo, quando la sua corda pazza non suonerà più , la sua dignità di uomo. Il monologo inizia come un quadro surrealista, ha la velocità di un quadro futurista , il non senso di un’opera dadaista“…Data l'esistenza come gittò nelle opere pubbliche e di Puncher Wattmann quaquaquaqua di un Dio personale, con la barba bianca quaquaquaqua di fuori del tempo senza estensione che dalle alture di afasia divino divino divino apathia athambia ci ama teneramente con alcune eccezioni per ragioni sconosciute, ma il tempo dirà e soffre…” E’ come se per  far passare il tempo  si riempia  il vuoto con le parole ; è la negazione del silenzio che si sarebbe verificato se la parola non fosse presente. Per un attimo sorridiamo e pensiamo che forse uno dei sei personaggi di Pirandello si è perso tra le pagine di Beckett… Ma il pensiero del drammaturgo irlandese  è  quello dei suoi personaggi, quelli del Teatro dell'assurdo, nato  come reazione alla seconda guerra mondiale. Ha  le sue  basi  nella filosofia esistenziale  combinata ad elementi drammatici  di un  mondo che non può essere spiegato logicamente, esso in una parola  è ASSURDO! Le trame sembrano muoversi in un cerchio, che termina allo stesso modo in cui è iniziato. Pare che Beckett alla domanda di quale fosse il destino degli uomini abbia risposto “"Che ne so io sul destino dell'uomo? Potrei dirvi di più ravanelli". Oriana Oliveri



Catania - Cordoglio per Mariella Lo Giudice.  Il mondo artistico ed Il Teatro Stabile di Catania esprimono il più vivo cordoglio per la dolorosa e incolmabile perdita di Mariella Lo Giudice. E’ stata una primadonna di fama internazionale e colonna portante del teatro che l'ha vista nascere e crescere artisticamente. Mariella Lo Giudice  nasce a Catania nel 1952. Nipote di artisti circensi, viene educata all’arte della danza, della musica e del canto sin da bambina. All’età di 10 anni, grazie all’amicizia della madre Carolina con Fioretta Mari, viene scritturata dal Teatro Stabile di Catania per Mariana Pineda di Garcia Lorca con la regia di Giuseppe Di Martino: nasce da allora in lei quella passione del teatro che continuerà a conservare pur frequentando spesso anche programmi televisivi, radiofonici e set cinematografici. Tra gli innumerevoli spettacoli teatrali che l’hanno vista protagonista sui palcoscenici di tutta Italia e all’estero ricordiamo: I Vicerè (regia di Franco Enriquez), La scuola delle mogli (Turi Ferro), Medea (Maurizio Scaparro), L’uomo la bestia la virtù (Andrea Camilleri), Zaira (Giancarlo Sbragia), Il segno verde (Armando Pugliese), Il maestro e Marta (Walter Pagliaro), La lunga vita di Marianna Ucrìa (Lamberto Puggelli), Così è se vi pare (Guglielmo Ferro). Recenti le tournée con Tutto è bene quel che finisce bene (regia di Daniela Ardini) e Il birraio di Preston di Camilleri (regia di Giuseppe Dipasquale).Nel 2011 ha recitato un testo originale scritto da Nino Romeo con Graziana Maniscalco, La casa della nonna, poi in L’avventura di Ernesto al Teatro Stabile di Catania per la regia di Giovanni Anfuso e in Il matrimonio per la regia di Nino Mangano. In ambito televisivo, tra le altre partecipazioni, ricordiamo quelle a Le stelle dell’Orsa Maggiore (regia di Anton Giulio Majano), La professione della signora Warren (Giorgio Albertazzi), Tre anni (Salvatore Nocita), La scalata (Vittorio Sindoni), L’avvocato delle donne (Andrea e Antonio Frazzi), infine La vita di Sophia Loren che uscirà nei prossimi mesi per la regia di Vittorio Sindoni. L’unica esperienza di doppiaggio è stata quella in cui ha dato la voce a Judy Dench in Diario di uno scandalo; unica rimane anche la partecipazione ad un video musicale, quello di Carmen Consoli, Non lontano da qui.



 


Catania “La Tempesta” di Umberto Orsini al Teatro Stabile di Catania.     Un infernale rumore  di moti marini,   luci che squarciano le quinte, lo  scroscio  assordante della  pioggia, un suono acuto ed ecco che il sipario si apre sulla scenografia. Sembra un gigantesco quadro di Mark Rothko. Il blu baltico polveroso delle  scene è tagliato in tutta la sua altezza, nello spazio centrale, da una caduta di velluto rosso, che lacera come una ferita la scena. Lì lo spazio temporale del prima e del dopo, vengono calibrati nella parafrasi del ricordo e della realtà. Al centro vi è un letto dove ricordare il passato e fuori , ai lati del drappo rosso, c’è la spiaggia appena accennata da scultoree zolle,  dove narrare l’immediato. E’ così che è apparsa “la Tempesta” al Teatro Stabile di Catania. Al  centro, Prospero, mago e duca di Milano,  interpretato magistralmente  da Umberto Orsini,  in  abiti  moderni. Un cappello ed un cappotto nero, un camiciotto  bianco, un bastone da passeggio(la bacchetta del mago) e la sua voce pastosa, tonante. Altrettanto  moderne  sono le vesti della figlia Miranda , di Ariel  lo spirito dell’aria(Rino Cassano)   e di Calibano  schiavo selvaggio e deforme( Rolando Rovello), che evidenziano  così la scelta del costumista Alessandro Ciammarughi di adottare le vesti moderne  per coloro che  aiuteranno Prospero ad attuare la sua vendetta. Ai lati distesi a terra, annichiliti dalla tempesta,  con  i costumi dell’epoca invece le vittime del duca-mago : Antonio fratello di Prospero e usurpatore del titolo, Alonso  re di Napoli, Ferdinando suo figlio, Sebastiano  fratello del re, Gonzalo onesto consigliere, Trinculo e Stefano uno il buffone, l’altro cantiniere ubriaco. Gli attori si muovono nello spazio scenico, intrecciando le grida del loro cercarsi con il racconto che  Prospero fa alla figlia sul letto (informando così il pubblico delle loro traversie), mentre Ariel scende giù dall’alto come un enorme crocifisso senza aureola, a braccia spalancate, in giacca e pantaloni neri, come il suo padrone. Ma il vero protagonista del “ La Tempesta” è Prospero. Per alcuni è  un colonizzatore un po’ despota, il quale  con la sua arte tiene sotto giogo  Ariel e Calibano ( I  critici letterari post-colonialisti del XX  furono molto interessati a questo aspetto della commedia, vedendo in Calibano un rappresentante dei nativi  sottomessi ed oppressi dall'imperialismo). La tempesta è una delle poche opere di Shakespeare  che non fa riferimento alle fonti, se non quelle storiche dell’Italia. Alcune immagini della commedia sembrano rifarsi ad  un rapporto di William Strachey  su un naufragio  di marinai diretti in Virginia  avvenuto nel 1609 presso le isole Bermuda. Shakespeare doveva essere a conoscenza  dell’episodio ,in quanto anche se pubblicato nel 1625 ,circolava già da prima in forma manoscritta . Questa commedia è l’unica opera di  Shakespeare in cui sono rispettate, pressappoco,  le unità di tempo. Questa si svolge come ci dice lo stesso autore, di pomeriggio dalle 2 alle 6 di sera. Questo non è che un modo per Shakespeare di costruirsi il teatro nel teatro, il metateatro, per coinvolgere lo spettatore nei giochi multilinguistici e polisemici degli attori. Il regista Andrea De Rosa, che adattando  l’opera,  ha scelto di far parlare Stefano, Trinculo e  il giovane Ferdinando in dialetto napoletano, coinvolge  lo spettatore  nell’azione scenica  e attualizzandola lo proietta nella realtà. Shakespeare enfatizza  il tema del metateatro  facendo  iniziare la trama  della commedia alle due del pomeriggio, ora in cui si tenevano a quel tempo   le rappresentazioni teatrali. È come se si volesse far assistere il pubblico alla vicenda in tempo reale. Ciò vale anche per la scelta  scenografica  e per i costumi.   Alessandro Ciammarughi  attua una sorta di  rottura della quarta parete. La teoria prende origine da  Bertolt Brecht, dove il teatro epico aveva il preciso compito di sottolineare la finzione teatrale. Furono le Avanguardie  Storiche come l’Espressionismo ad aprire la strada alla critica del teatro convenzionale con una più globale partecipazione dello spettatore, che diviene destinatario attivo, e non passivo, della rappresentazione. Questo produce l'effetto di ricordare agli spettatori che quello che stanno vedendo è finzione , e ciò ha  un effetto stridente, il cosiddetto effetto di alienazione (Verfremdungseffekt). Il  metateatro  si può riscontrare nel monologo finale quando per molti critici vi è   nell’allusione di Prospero  l’addio alle scene di Shakespeare, la rinuncia dell’attore di recitare nel teatro. L’opera contiene il compendio dei personaggi più rappresentati da Shakespeare nelle sue opere : gli innamorati,i nobili,  gli spiritelli , le ninfe, le dee, lo stesso  Prospero  diviene  la reincarnazione del principe Amleto che mette in scena la sua vendetta. Il  tema dell’usurpazione del  regno viene affrontato frequentemente nell’opera. Antonio ha usurpato il fratello, Calibano accusa Prospero di avergli usurpato l’isola, Sebastiano progetta di uccidere il fratello , il re di Napoli Alonso e di  prendere il suo posto, Stefano medita di rovesciare il regno di Prospero e divenire re dell’isola. Il poeta  e il regista, ben riuscendoci nell’adattamento, vogliono sottolineare  cosa contraddistingue Il Buon Governo o una monarchia virtuosa, presentando al pubblico le  varie possibilità. Interessante e coinvolgente è la  figura di Calibano . Essa  simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio… Prospero che inizia Calibano alla parola è lo stesso Shakespeare che trasforma in opera letteraria, ancor prima del linguaggio, l’ispirazione di questo mostro, il mostro che come  l’artista  con parole poetiche e suadenti incanta, persuade. Intervistato  Umberto Orsini, risponde che  Calibano, “ è  il diverso”.  Ma è anche il diverso alienato, il matto, l’indifeso che il regista fa muovere in scena toccandosi ripetutamente  le parti del  corpo . Dal punto di vista morale, il pensiero di Prospero è volto al perdono. La tempesta è una commedia a lieto fine. Egli stesso dice ad Ariel  “E perdonare fu sempre più nobile, se pur più raro, che trarre vendetta. Essi sono pentiti,  ed io non voglio spingere il castigo più in là d’un semplice aggrottar di ciglia.” (V, 1, 27-30). Ma  il perdono può arrivare  dopo il pentimento del colpevole,un pentimento al quale egli  giunge attraverso la sofferenza. Prospero impone al  fratello Antonio una pena fisica e morale, facendogli credere che il figlio di Alonso, Ferdinando, è morto e che la figlia Clarabella, per suo volere ha sposato un selvaggio; ed è  solamente quando è certo che il dolore ha innestato in lui il pentimento che  lo ha redento, donandogli  il suo perdono. E’ una saggezza non cristiana, ma umanista. La saggezza di Prospero non è più cristiana di quella di Socrate dove il bene non trionfa per volontà dell’Alto, ma per la volontà di un uomo giusto e saggio. Lo stesso codice morale al quale si rifà Prospero è umanista, il perfetto equilibrio tra razionale ed irrazionale, tra umanità e bestialità. Ed è proprio pensando al senso del perdono  attraverso la complicità del metateatro che  Andrea De Rosa si rivolge al pubblico, facendo appello,  alla nostra  coscienza. Egli ci domanda se oggi noi siamo disposti,  a  rispondere con le stesse parole di Prospero. Se come Prospero siamo disposti a ricompensare i buoni e a perdonare i cattivi. Per il regista De Rosa “La Tempesta  somiglia a un labirinto. Come in una casa di specchi , ogni volta che intravedi una via d’uscita , questa si rivela essere opposta a quella che avevi immaginato. Finché capisci che ciò che conta  è ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro(dentro il labirinto) . E’ l’unica via”. Ma gli incantesimi sono finiti annuncia al pubblico Prospero nell’Epilogo,  proponendoci  così una fondamentale fiducia nell’uomo, nelle forze elementari (naturali)  e ragionevoli che governano la sapienza umana.  Oriana Oliveri


Palermo - Enzo Zappulla commissario Teatro Bellini. La giunta di governo della Regione siciliana riunita sotto la Presidenza di Raffaele Lombardo, ha nominato l'avvocato Enzo Zappulla nuovo commissario straordinario del Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania. Sostituisce il prefetto Anna Maria Cancellieri che è anche commissario al Comune di Bologna.  Al Prefetto Cancellieri la giunta ha espresso ringraziamenti per il lavoro svolto auspicando che la Sicilia possa ancora avvalersi della sua competenza dopo che avra' completato il mandato a Bologna.





Adriana Prazio  

Sonia Longo


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