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I miti e la stagione poetica-letteraria  

   di Santi Martorino

Santi  Martorino, scrittore e giornalista, di Floridia (SR), dove vive ed opera,  presenta  in un CD dal titolo “Alcantara”, uno spaccato  di tutta la sua produzione lirica – narrativa sulla sua terra, la Sicilia.  Raccogliamo con interesse le sue liriche, i romanzi, le novelle, le tragedie e le commedie sull’onda degli scrittori più in voga, partendo con modulazioni differenti, tra cui Borges, Pound, Verga, Pirandello  Eduardo, Ibsen e Sciascia per scoprire il nesso tra uomo e poesia e tra uomo e scrittura, dove coralità è canto dell’etnos e scripto è radici e memoria ed insieme costituiscono antropologia e frammento di mito. Poesia che ci memorano quel che secondo Martorino siamo, chiunque, possa essere. Molto eloquenti, per cogliere il suo punto di vista sulla condizione umana da storia dolorosa: destinati a morire/sotto gli occhi di chi nasce/sospinti da un Dio sconosciuto/ad un passaggio doloroso e vano/sul palcoscenico oscuro del mondo. E’ ampia la gamma delle modulazioni: nostalgia, stupefazioni, pathos, di colpo cedono il passo all’uomorismo /. Rido dell’arte e rido anche dell’uomo/dei canti, dei versi, dei tempi e delle torri/. “I giorni dell’allegria” e “Il paese delle nenie” sono i due romanzi contenute nella raccolta. Nel primo  è narrata la storia di un uomo che percorre tutte le strade dell’esistenza, ritrovando infine l’amore per la propria natura. L’allegria l’abbiamo cercata con la fanciullezza, anche se spesso il destino è fatalità. Tutto  torna al gioco, al gioco primitivo che nasce spontaneo, come a “nascondino” dal quale inizia la genuina tradizione dell’allegria che precede la propria gioventù  e la vera passione per l’impegno civile. Cosa sono invece le nenie? Esse sono il favoleggiare intorno alla morte attraverso una retrospettiva che lo porta a viaggiare sulla concezione della morte pre-cristiana e cristiana.  Il filo rosso di tale romanzo apre alla prospettiva che la vita va narrata insieme alla morte atavica dei propri avi che con le nenie rivivono nella memoria collettiva. Le vicende narrate nelle novelle da Martorino – sono  personaggi che le popolano in modo sapiente e incarnano l’eterna lotta tra le forze del bene in una società segnata da profonde disuguaglianze e drammatiche lacerazioni. A conferma della sua vocazione di scrittore, mito e poesia insieme nascono. Il termine greco mythos, significa parola. I miti, ai quali la psicanalisi tanto deve all’analisi dei processi mentali- inconsci come personificazioni di stati, anche dicotomici, del vivere, sono senza tempo. I miti riemergono dagli strati più profondi della nostra psiche ed irrompono nella nostra smemoratezza quotidiana, ricordandoci, che nonostante la nostra scienza, diversi non siamo, né mai saremo, dell’uomo del tempo primordiale.         

Santi Martorino

 

 

 

 

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 STORIA DI SICILIA



 LA SCUOLA SICILIANA

  di Santi Martorino

Scrivo questa memoria, so che la devo a Gnazio La Pera,  giornalista di questo Informatore di Sicilia,  ed anche al mio docente  alle superiori, l’illustre prof. Aldo Carratore, anch’egli  scrittore, famoso dantista. Da lui appresi i primi rudimenti per un mondo che i siciliani considerano proprio, a dispetto di avanguardie e sperimentalismi. Scrivo di Jacopo da Lentini, in particolare, componente ispiratore del “sonetto” che di seguito illustro. Non fu un caso isolato perché il notar Jacopo ebbe  famosi compagni tra cui Ciullo(o Cielo) d’Alcamo. Del sonetto di cui Jacopo da Lentini fu l’inventore fu costrutto originale passato alla storia della scuola siciliana meglio di qualsiasi altro copyright. Una forma espressiva di poesia  che ha avuto fama del tempo in versi e rime. Esse portano a noi un campo e l’emprimatur delle sue doti naturali di professionalità di poeta, anche  come  spesso sappiamo fare noi letteratura. Che sia malattia? Non credo! Eppure questa è l’epoca dei format che includono o escludono tutto ciò che non è spettacolo, ed in fondo ha ragione chi crede che la poesia è regina di ciò, sia pure con ogni mezzo e con satira. Per tornare a Jacopo che quasi viene ignorato rispetto a scrittori rilevanti pur sempre siciliani, quali Pirandello e Camilleri, passando  per i Buttitta, definito il più grande. Ma è cosi? Io penso alla maestria di  suo figlio Ninu, conosciuto prima all’Istituto Nazionale del dramma antico di Siracusa, che seguiva il suo collega Giusto Monaco; il famoso antropologo  nella sua mirabile valentia diceva che il padre Gnazio era “un pazzo”, per il modo in cui faceva poesia. Prima ti squadra  con gli occhi per trarne  disegno, ma poi Ninu aggiunge subito quali scrittori preferivo e tutto si eclissò. Gli dissi; la mia fonte ispiratrice è la Sicilia, da me ritenuta luce e metafora del tempo, quanto all’ispirazione risposi che appezzavo i buoni consigli, tra i quali quelli di Sebastiano Addamo e Corrado Sofia, per un linguaggio rigoroso ed appartato. E che dire di Jacopo da Lentini? Egli era un caposcuola della  Sicilia che vanta tanta fama, per la poesia siciliana che fu unica nel suo genere. Non ha bisogno di suscitare orgoglio, perché appagante. Tra i sonetti ne cito uno, forse il più bello, ma vi sono anche dei sonetti che stanno alla pari e qui soccorre anche Vincenzo De Simone, poeta di Villarosa e tra coloro che ad onor di lingua fanno parte del dizionario fraseologico dell’editore Cavallotto..  Il De Simone è divenuto premio nazionale, di cui il primo presidente di Giuria fu Leonardo Sciascia, poi il testimone passò a Buttitta, e solo dopo anni con Corrado Sofia, scrittore e giornalista, anche a me Santi Martorino  e a Nino De Vita, il primo premio in dialetto e in lingua, insieme ai veri talenti, scesi in Sicilia da ogni parte dello stivale. Ma in Sicilia non mancano i poeti, come in ogni terra, anche se la Sicilia è ricca di storia e di leggenda al riguardo. Per non dire delle sue città e paesi, dove incontri scrittori, ed anch’io come tanti vanto generazioni di scrittori, quanti altri vantano, come i Di Pietro (zio e nipote), e i Martorino( tra Tanu e Pinu), ma ancor più ed altri come lo storico Francesco Cataluccio, Turi Volanti,  Salvatore Failla e Corrado Alessi, Fu un vanto anche per  coloro che sono emigrati dalla Sicilia per altre fortune come il prof. Gaetano Cipolla, illustre cattedratico a New York che, con Ninu Russu, vanta una Sicilia oltre il tempo e nel tempio sta la scrittura siciliana. Sapere che tutto ciò parte da un notar Jacopo mi riempie di gioia, perché dopo tanto vanto Aldo Carratore emise la sua sentenza dicendo che la scuola siciliana perse il suo primato alla morte di Federico II, l’imperatore che voleva fare della  terra, una terra impareggiabile anche nella lingua siciliana. Questa emigrò a Firenze con “il dolce stil novo” di Dante. Così concluse il prof Aldo, mentre citava a mente la “Commedia” nel dire di Jacopo da Lentini.  E tutto fu  dimenticato, ma dall’oblìo ritorna forse nella sua fraseologia fiorentina  e siciliana, come ricorda anche Corrado Di Pietro nella sua sintesi con le traduzioni del prof. Gaetano Cipolla citando il grande Buttitta, per non dire di  altri. Paolo Albani ricordava che la città di “Noto” ha avuto più umanisti di  Firenze e che il trasmigrare non vuol dire fuggire. La nostra voce è ancora qui che parla e canta la terra di Sicilia. Forse ora a distanza di tempo si riflette anche sul giudizio del prof. Aldo Carratore, che ebbe per discende anche  Salvatore Quasimodo per il greco e rende giustizia anche il prof. Sebastiano Addamo nel suo ricordo più lucido che mi rivelò. Da ultimo apprezzo per la caparbietà a restare in Sicilia, quale testimone della sua opera. Fu effetto di Jacopo da Lentini tutto questo? Direi di si, e gli altri hanno innovato almeno nelle arti ciò che la società siciliana non ha fatto se si tiene conto di  quanto indugia il prof  Giuseppe Carlo Marino, per una svolta  della Sicilia, senza mafia. E che dire di Rita Borsellino, per la sua opera sociale e prima ancora di una cantante passionaria,  che fu Rosa Balistreri ? poeti e cantanti, o meglio scrittori e critici d’arte, tanto per dirla con Salvatore Ferlita sulla ribalta della critica e la scrittura dei soliti ignoti di Kalos . Fu in Sicilia un operare, più che un migrare, perché i migranti conoscono bene la nostra lingua, come ribatte Ninu Buttitta. Finchè un meridionale o un siciliano che da quel tempo in poi hanno ricalcato ogni verso può considerarsi un segno, un simbolo o una metafora del “nostro dialetto” non riconosciuto da una pseuda intelligenthia. Intanto Jacopo ha verseggiato in rima, le riga sono qui sotto, spero il giornalista Gnazio La Pera voglia rendere onore  al concittadino  che appartiene alla storia della poesia moderna. Egli ha saputo cogliere da tempo una memoria lontana, che può avvicinare la poesia alla vita per vivere di un umanesimo illuminante, tramite Federico II, la cui felice intuizione resta a perenne memoria, per fare della Sicilia un “Laboratorio” di arti e scienze. Anch’io seguo a distanza con la mia scrittura, fuoco e misura, qui tra i monti Ilbei e la valle d’Anapo, quale senso del vivere. Affido al tempo questo mio disvelare, la Sicilianità è forte mi penetra nel dna, famiglia di scrittori, insieme agli altri e già conosciuti pur disperati di una scrittura che non ha avuto soste, ognuno nel proprio dire  nell’unità familiare che è ragione di senso, memoria etnica di Sicilia sopravvissuta, perché ritenuto il primo salotto letterario di Floridia, che nessuno mai si è sentito di smentire, tra  gli altri siciliani in questa storia vissuta di leggenda, come fu di Jacopo che non si può contestare. E’ unità di tempo che continua e intendi sicuro unità nell’anima perché se intendi scrittura sei sicuro anche tu di far critica sobria e intelligente anche per gli altri intellettuali, risorsa preziosa di questa terra, la Sicilia e la sua sicilianità sul sonetto che è dono  della “Sua”memoria che mirabilmente riporto. È ormai quasi certa per tutti gli studiosi attribuire la paternità del sonetto vero e proprio a Jacopo da Lentini, nella forma metrica.  Egli fu tra i rimatori della corte sveva ed è il primo di cui ci restano i sonetti, fu attribuita a lui l’invenzione di questa forma poetica. Ebbe fama superiore a quella di ogni altro poeta. Dante ne citò con lode una canzone in volgare illustre, come caposcuola della vecchia maniera provenzale e tra coloro che furono tenuti “di qua del dolce stil nuovo” dal “nodo” dell’imitazione. Singolare sonetto è in “paradiso con la sua donna “, quel contrasto tra identità morale ed amore, tra virtù ed attrazione, tra paradiso e terre compone il contrasto per qualche istante. /Io m’agio posto in core a Dio servire,/com’io potesse agire in Paradiso,/ al santo loco, ch’agio audito dire,/ o’ si mantien sollazzo, gioco e riso//. Sanza mia donna non vi vorìa gire, /quella c’ha blonda testa e claro viso,/ ché sanza lei non poterìa gaudire,/ istando da la mia donna diviso//. Ma non lo dico a tale intendimento/ perch’io peccato ci volesse fare;/ se non veder lo suo bel portamento,/ e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:/ ché ‘l mi terrìa in gran consolamento/ veggendo la mia donna in gloria stare//.  Con questo sonetto Jacopo da Lentini  apre con serietà il suo cuore e da buon cristiano per guadagnarsi il paradiso del quale ode discorrere quale promessa di felicità celeste. Santi Martorino


I fatti che avvennero durante il periodo preistorico e cioè in tempi assai remoti non si conoscono Rimangono copiosi resti appartenenti al Neolitico, che dimostrano l'importante ruolo avuto in tale periodo dalla Sicilia per la sua posizione al centro del Mediterraneo. Note sono il diversificarsi degli aspetti culturali delle Eolie e della Sicilia nord-orientale, della Sicilia sud-orientale e di quella occidentale. Tra queste importante sono importanti le  influenze della facies  nella zona della Conca d'Oro, delle facies eoliana  e di quelle di Castelluccio, i villaggi evoluti del periodo di Thapsos e, nel Bronzo tardo, l'imponente "megaron" di Pantalica. Omero nell’Odissea (libro IX) fa approdare Ulisse nell'isola delle capre (Aegades) e la sua descrizione dell’isola riesce somigliante. Con l'Età del Ferro si ha sviluppo dell'isola verso forme di organizzazione socio-politica interrotto dalla fondazione di colonie greche nella parte orientale e fenicie in quella occidentale. Abitata anticamente da Siculi, Sicani ed Elimi (nelle zone orientale, occidentale e nord - occididentale), la  Sicilia si aprì presto a insediamenti di coloni fenici e, più tardi, anche greci. I Sicani provenienti dalla penisola iberica(vennero a contatto con i  lestrigoni una popolazione vicina ai Ciclopi), presero il nome di Sicani,  dall’illustre ed eroico capo che li guidò che si chiamava Sicano. Secondo quanto riferisce lo storico Tucidide, i Sicani abitavano nella Sicilia centrale e sud-occidentale, mentre i Siculi e gli Elimi nella parte orientale, ma vi è presenza di quest’ultimi anche  nella parte occidentale dell’isola... Nella zona nord-occidentale dell’isola si erano attestati i cartaginesi.  Quando i Siculi, dalla penisola passarono in Sicilia, spinsero i Sicani, che avevano già contatti con gli Elimi, (provenienti dalla Turchia), e costituivano inizialmente un unico gruppo, verso i corsi del Salso e del Platani. La  presenza del Sicani è certa nell’area gelese, dell'agrigentino e nella parte occidentale dell'isola. Il tiranno di Agrigento Falaride riuscì a sottomettere il loro primo re Cocalo). Essi vennero in Sicilia verso il 1200 a.C. e cambiarono la denominazione di Trinacria in Sicania e divenuta Sicilia con i Siculi provenienti dalla valle del Tevere. La Sicilia venne poi occupata dai corsari di Cuma., ma furono i primi Greci che posero piede nell'isola e ne impedirono la venuta di altri popoli, chiamando secelioti quelli esistenti. I Fenici, soprattutto cartaginesi, fondarono città che Panormo, Solunto e Mozia  che permise una stretta alleanza tra i cartaginesi e gli indigeni Elimi, i cui centri erano invece Segesta, Erice ed Entella. Le colonie greche non costituirono mai un'unità politica e anzi furono spesso in guerra tra loro. Esse divennero però molto prospere  e stabilirono intense relazioni con le città dell'Italia meridionale., con Cartagine e Roma. La struttura sociale favoriva la classe dei proprietari terrieri, discendenti degli antichi colonizzatori, a danno del proletariato, composto invece dai gruppi indigeni e dagli immigrati recenti. Ci  furono lunghe lotte intestine risolte con l'avvento di regimi tirannici, quali quello di Panezio a Lentini , di Falaride ad Agrigento, e di Ippocrate a Gela, che costituì un forte Stato . Gelone, presa Siracusa  riuscì anche a bloccare a Imera il predominio dell’isola da parte dei Cartaginesi.  Gerone, suo fratello e successore fece ancora di più, sconfisse gli Etruschi nelle acque di Cuma ed estese poi la sua influenza anche sul mondo greco dell'Italia meridionale.. Questo espansionismo di Siracusa fu fermato da un moto insurrezionale dei Siculi guidato da Ducezio (l’epoca dei tiranni era tramontata e la democrazia si affermava sull’esempio di Atene. E’ in questo clima socio-politico che Ducezio, di Mineo, il più grande condottiero dei Siculi, concepisce il suo disegno di respingere l’invasione greca e di costruire lo Stato dei Siculi, indipendente e sovrano) e, più tardi dalla famosa spedizione di Sicilia promossa da Atene che vedeva minacciati i suoi commerci con gli Etruschi. L'impresa si risolse per Atene con un disastro, ma Siracusa ne uscì indebolita. Ne approfittò Cartagine che riprese i tentativi di penetrazione in Sicilia predando città fiorenti come Selinunte, Imera, Agrigento, Gela che vennero in parte distrutte. L'avvento del tiranno Dionigi a Siracusa valse però a salvare l'ellenismo della Sicilia dai cartaginesi. dopo una lotta durata, con varie vicende.. Dopo i cartaginesi cui si erano alleati i siracusani per difendersi dal predominio di Roma, la Sicilia divenne provinciali Roma che  estese il suo dominio su tutta l'isola. Si ribellarono masse di schiavi che furono a stento domate, ma successivamente anche i Siciliani ottennero la cittadinanza romana al pari di tutti gli abitanti dell'Impero romano. La decadenza dell'Occidente romano colpì a fondo l'isola e la espose a una serie di rovinose incursioni e all'occupazione, dapprima parziale, poi totale  da parte dei Vandali stanziati in Africa divenuti una grande potenza marinara. Alla dominazione vandalica, duramente vessatoria succedette la dominazione degli Ostrogoti. L'età ostrogotica  riportò nell'isola una relativa tranquillità e la Sicilia riassunse il suo antico ruolo di grande riserva di grano. Dalla Sicilia ebbe inizio la riconquista imperiale dell'Italia promossa dai Bizantini che già aveva abbattuto il regno dei Vandali in Africa. L'isola divenne un valido baluardo militare governata per più di tre secoli dal dominio bizantino. Questa seconda ellenizzazione della Sicilia si fa risalire al progetto di fare dell'isola il centro dell'impero, col breve trasferimento della capitale da Costantinopoli a Siracusa. I Siciliani reagirono a più riprese sostenendo vari tentativi di governatori bizantini di sottrarsi al potere imperiale, che provocò, l'intervento degli Arabi e la loro occupazione. Già apparsi più volte come corsari, gli Arabi intrapresero l'invasione della Sicilia, dando all'impresa carattere di guerra santa. Aspramente contrastati, ne vennero a capo agli inizi del sec. X.  La colonizzazione di  (Val di Mazara) (Val di Noto) e (Val Demone), si stabilì con metodi e risultati diversi da luogo a luogo e gravò in misura diversa sugli isolani. Non mancarono, rivolte  che non appoggiate da adeguati interventi bizantini, furono represse. Gli Arabi diedero impulso all’isola che divenne un centro d'irradiazione della civiltà intellettuale e artistica islamica. A indebolirla e farla crollare furono i Normanni(venuti dal Nord) già affermati nell'Italia meridionale sorretti nella loro iniziativa antimusulmana e dallo spirito della riforma e avviata all'apogeo gregoriano. L'intervento normanno era condotto sia contro gli Arabi che contro i Bizantini. I Normanni introdussero  in Sicilia il regime feudale Con la caduta dei Normanni subentrano gli Svevi che riuscirono a domare una ribellione di Arabi e portarono a compimento l'ordinamento assolutistico, centralizzato e burocratico del regno instaurato dai re normanni . La catastrofe degli Svevi commosse i Siciliani e provocò anche una sollevazione antifrancese (gli angioini). In questo quadro il 31 marzo 1282 scoppiò l'insurrezione dei Vespri in tutta l'isola e venne adottata la bandiera giallo-rossa, con al centro la Trinacria e che diverrà il vessillo di Sicilia  La rivoluzione del Vespro, fu possibile perchè vi furono alcuni uomini forti che organizzarono la rivolta in segreto. L'esecuzione capitale di Gualtiero di Caltagirone, il capo della cospirazione anti aragonese, segna il trionfo degli Aragonesi e la fine delle aspirazioni repubblicane. Il Vespro fu una spontanea sollevazione popolare che sfuggì ai cospiratori, che anzi ne furono travolti. Basti pensare che nessuno dei capi storici è alla testa del popolo inferocito contro i francesi nella notte del terrore. Gualtiero di Caltagirone invece non partecipò alla congiura antiangioina, ma si opposte ai nuovi dominatori dell'isola, agli Aragonesi, che si rivelarono inclini a ricalcare le orme dei cacciati e deprecati angioini. Per Gualtiero la guerra del Vespro si fermava ai confini dell'isola, mentre per gli aragonesi la Sicilia era solo una prima tappa di conquista dell'antico regno svevo. Questo cozzo di idee segna la sua fine. Personaggio nobile e  potente sotto il regno degli angioini, si ribella per pura idealità di pace e benessere che voleva conseguire per il popolo siciliano. Ma quando si accorse che questi ideali venivano meno, anzi calpestati, anche dal governo aragonese da lui auspicato e favorito, ecco che egli si ribella pure ai nuovi dominatori, pagando con la morte la sua ribellione. Quando le corone d'Aragona e di Sicilia, tradizionalmente separate furono unite instaurò in Sicilia il governo dei viceré. Per gli aragonesi l’Isola costituì una valida base per la conquista del regno di Napoli degli Angioini e ricomposero l'antica unità del Mezzogiorno insulare e continentale d'Italia. Scaduta a vicereame la Sicilia reagì  e se alla lunga il dominio spagnolo fu causa di conseguenze negative per l'aggravarsi delle condizioni interne della Spagna con la Pace di Utrecht l’isola passò, temporaneamente ai Savoia, per essere assegnata poi all'Austria e  riunita al Napoletano. Nel 1734, infine, sempre unita al Mezzogiorno, i Borboni di Spagna  ebbero il sopravvento e ricostituirono il regno delle Due Sicilie.  Di qui i moti separatisti e la sollevazione dei siciliani che proclamarono la decadenza dei Borboni, offrendo la la corona  ai Savoia, sollevazione domata nel 1849. Si ebbe poi l’arrivo di Garibaldi e la rapida liberazione dell'Isola, conclusasi col plebiscito del 21 ottobre 1860  e il passaggio all'unione alla monarchia costituzionale del Regno d’Italia. Le condizioni economiche e sociali dell'Isola furono all'origine di gravi agitazioni i moti dei fasci siciliani repressi nel 1894 con lo stato d'assedio, e la conseguente emigrazione dei contadini. Con la prima guerra mondiale le condizioni economiche dell’Isola si aggravarono. Soltanto alla fine del secondo conflitto e lo sbarco anglo-americano riprese la vita politica dell'intero Paese; la Sicilia, scelse la via del separatismo. Il fenomeno mafioso si espanse, come quello del brigantaggio anche se quest’ultimo venne debellato. Il 15 maggio 1946 veniva istituita la Regione e l'Isola era così inserita di fatto nella vita del Paese e mentre il fenomeno separatista subiva una seria battuta d'arresto e  il problema della mafia si ramificava in gran parte della penisola.

                                     Santi Martorino


 

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Il più antico emblema della Trinakria,

letteralmente tre (in greco treis), punte (in greco Akrai) è la testa di Medusa, da cui si staccano tre gambe:  In origine è una bella fanciulla amata da Poseidone che per rivalità viene trasformata da Atena in una Gorgone: diventa così un essere mostruoso, alato, con i capelli intrecciati a serpente. L’eroe Perseo la decapita e dona la sua testa ad Atena, che la colloca sul suo scudo e sull’egida. Una radicata tradizione vuole che il triscele, cioè quella figura composta da una testa di donna da cui si irradiano in giro simmetrico tre gambe umane piegate al ginocchio, sia dall'antichità il simbolo della Sicilia. Infatti, per la sua particolare configurazione geografica, caratterizzata da tre promontori, Pachino, Peloro e Lilibeo, ben si adatta alla figura dell'Isola. Da questa configurazione a tre vertici venne il nome di Trìquetra (a tre vertici o triangolare) o Trinacria che diede, forse in epoca ellenistica, quella rappresentazione di una figura gorgonica a tre gambe Più corretta è la denominazione greca di Triskéles , traducibile in "tre gambe", simbolo religioso orientale, sia  del sole, nella sua triplice forma di dio della primavera, dell'estate e dell'inverno, sia della luna con le gambe talora sostituite da falci lunari. Questo simbolo appariva a partire dal VI secolo a C., in monumenti di culto.dei popoli mediterranei e di quelli  che ebbero contatti con essa. Raffiugurato dapprima con una sola gamba, si sarebbe poi triplicato a Siracusa, negli scudi delle guardie del corpo di Dionisio I,  completato con la medusa. Il triscele è stato raffiugato umanizzato senza la gorgòneion in vasi che sono stati ritrovati ad Agrigento e Gela, appartenenti al periodo precoloniale da insediamenti micenei. Per cui anche se la colonizzazione greca e fenicia dell’isola avvenne contemporaneamente, l’irradiazione della cultura micenea è più antica, in quanto sviluppatasi a partire dal II millennio a C,  ad opera di guerrieri colonizzatori   e il quindi triscele è di origine micenea.    

Santi Martorino       

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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